Catania

Catania è un comune italiano di 296 602 abitanti, capoluogo dell'omonima città metropolitana in Sicilia; la "città etnea" è il decimo comune italiano per popolazione, il secondo dell'Isola e il primo fra i non capoluoghi di Regione.

Come arrivarci

Quando andare

Mesi migliori: Aprile, Maggio, Giugno, Settembre, Ottobre, Novembre

Mese Media alta Media bassa Precipitazioni
Gennaio 15° 62 mm
Febbraio 15° 59 mm
Marzo 17° 58 mm
Aprile 20° 11° 43 mm
Maggio 24° 15° 30 mm
Giugno 29° 20° 18 mm
Luglio 32° 23° 7 mm
Agosto 32° 23° 15 mm
Settembre 28° 20° 56 mm
Ottobre 24° 17° 75 mm
Novembre 20° 13° 68 mm
Dicembre 16° 58 mm

Medie per 2015-2024 dall'analisi ERA5. I mesi evidenziati hanno una temperatura massima media tra 18 e 30 gradi e meno di 80 mm di pioggia.

Catania è un comune italiano di 296 602 abitanti, capoluogo dell'omonima città metropolitana in Sicilia; la "città etnea" è il decimo comune italiano per popolazione, il secondo dell'Isola e il primo fra i non capoluoghi di Regione.

Descrizione da Wikipedia · leggi la voce completa

Guida pratica di Catania 13 sezioni

5.520 parole scritte da viaggiatori, da Wikivoyage.

Da sapere

Cenni geografici

La città sorge su una pianura sulle sponde del Mar Jonio, e alle pendici meridionali del vulcano Etna, nella parte settentrionale del Golfo di Catania, sulla costa orientale della Sicilia, a nord della foce del Simeto e della Piana di Catania. Il Comune di Catania fa parte dell'Area geografica Vallo di Noto, della Regione Agraria n. 8 - Piana di Catania e della regione amministrativa Città metropolitana di Catania.

Nel golfo di Catania si riversano i fiumi Simeto, Gornalunga, San Leonardo; e vari torrenti, come l'Acquicella, il Buttaceto, il canalone Forcile e il canale Benante. In corrispondenza del porto di Catania sfocia anche il fiume sotterrato Amenano le quali acque alimentano anche la Fontana dell'Amenano (siciliano: Aqua ô linzolu) in piazza del Duomo.

Quando andare

Il mese più caldo (agosto) ha una temperatura media di 31,5 °C.

Il mese più freddo (gennaio) è molto mite, con una temperatura media di 12,5 °C.

L'umidità relativa media annua è 69,9% e l'umidità relativa media mensile varia dal 64% di luglio al 76% nel mese di dicembre.

Cenni storici

La frequentazione dell'area dove sorge adesso Catania, risulta (al chiaro degli scavi archeologici) risalente all'Età del Rame.

La città di Katane fu una delle prime colonie greche della Sicilia, fondata secondo Tucidide, tra il 728 e il 729 a.C. dai greci calcidesi guidati da Tucle e salpati da Naxos, su un sito già occupato da popolazioni indigene.

Grazie alla vittoria conseguita nelle Guerre puniche nel III-II secolo a. C., gli Antichi romani guadagnarono isole come la Sicilia e la città di Catania fu premiata per la sua fedeltà.

Le invasioni barbariche videro i Vandali arrivare in Sicilia dall'Africa e saccheggiare un po' tutte le città dell'isola.

Nel 535 d. C. la Sicilia venne conquistata dai Bizantini, che lasciarono evidenti tracce nell'architettura religiosa delle chiese; risalirebbe a questo periodo la leggenda di Eliodoro, un mago apertamente combattuto dalla Chiesa, nemico del vescovo San Leone e che finì bruciato al rogo: dal suo nome deriva "U liotru", termine che in dialetto indica l'elefante, simbolo cittadino sin dalla preistoria.

La Conquista islamica della Sicilia cominciò nel 827 d. C. e nel 875 Catania divenne parte del califfato arabo della Sicilia: la città in quel tempo era conosciuta con il nome di Bilad-el-fil e Medinat-el-fil, cioè "città dell'elefante". È a quel tempo che cominciò a prendere forma il paesaggio agricolo catanese con l'importazione di nuove coltivazioni provenienti dall'Oriente, tra cui il limone e l'arancio amaro (l'arancio dolce venne portato nel Mediterraneo cinque secoli dopo dai portoghesi), e di nuove tecniche d'irrigazione.

Nel 1071, i Normanni conquistando la Sicilia si impadronirono di Catania, distruggendo col consenso papale, i minareti e convertendo moschee in chiese, interrompendo inoltre i traffici con l'Africa e impoverendo la città. Anche gli splendidi palazzi arabi sparirono venendo modificati e rendendo impossibile distinguerne la funzione originaria. Nel 1078, i Normanni posero mano all'edificazione della Cattedrale in stile arabo-normanno e inserita nelle fortificazioni, attorno alle quali si venne costruendo il centro cittadino. Grande beneficiario del feudalesimo fu la chiesa, e in particolare a Catania l'ordine Benedettino, il cui abate divenne anche vescovo e signore della città.

Nel 1169, una eruzione di lava scaturita dal fianco meridionale dell'Etna produsse una colata che raggiunse il mare in prossimità dell'odierno quartiere di Ognina. In concomitanza un disastroso terremoto sconvolse e rase al suolo la città e oltre 15.000 cittadini morirono.

Nel 1232, conseguentemente alla partecipazione dei Catanesi all'insurrezione antisveva, Federico II deportò gli abitanti ed ordinò la distruzione dell'allora città consentendo solo la costruzione di case di legno e fango. Tuttavia, appena sette anni dopo, Catania divenne città del demanio regio: condizione che permetteva di sfuggire all'oppressione feudale del vescovo. La città, dichiarata fedele alla corona, ottenne diversi privilegi tra cui la liberalizzazione dal giogo vescovile e la restaurazione dell'antico simbolo, l'elefante, quale vessillo della città. Nella zona meridionale dell'abitato venne edificato inoltre il Castello Ursino, sede di uffici imperiali e residenza del medesimo sovrano.

Nel 1282 la città fu tra quelle che si ribellarono agli angioini durante i Vespri Siciliani, riuscendo quindi a richiedere il dominio aragonese di Pietro III, in quanto sposato con l'unica erede dello Svevo Federico II. A questo periodo risale la leggenda di Gammazita, ragazza che si buttò in un pozzo pur di non cedere ai ricatti di un soldato francese.

Nel 1294 la sede del Parlamento siciliano si fermò a Catania, dove nel 1347, presso il Castello Ursino, venne firmata la pace di Catania per porre fine alla guerra tra angioini ed aragonesi e le relative rivendicazioni territoriali del regno di Sicilia e di Napoli, anche se non si ebbero i risultati sperati, poiché le ostilità ripresero e ci fu anche una battaglia navale al largo del porto Ulisse nel 1356 (lo scacco di Ognina).

Nel 1381 ci fu un'altra eruzione che minacciò la città, ma di cui, al vaglio dei più recenti studi, viene difficile ricostruirne il tracciato.

Nel 1434 la sede del parlamento si spostò di nuovo, questa volta a Palermo, e Catania venne ricompensata dal re Alfonso V d'Aragona (detto il magnanimo) con la costruzione di un'Università, la quale ebbe il nullaosta dal Papa nel 1445.

Nel 1479 cominciò il processo di unificazione dei regni di Castiglia e León e di Aragona nel regno di Spagna, il cui periodo non fu tanto prospero per la città. Nel XVI secolo l'imperatore Carlo V fece costruire le mura di cinta.

Nel 1669, sul fianco meridionale dell'Etna si ebbe una eruzione (durata ben 112 giorni) la cui lava colmò il lago di Nicito, e scorrendo inarrestabile fino al mare lungo il lato sud della città sguarnì i bastioni, colmando anche il fossato del castello.

Nel 1693, un forte terremoto devastò la città, e quasi tutta la Sicilia sud-orientale. Le distruzioni distrussero le tracce dell'antica città determinando una ricostruzione in stile Barocco Siciliano. Durante le operazioni di sgombero delle macerie, furono aperte due ampie vie: la strada Uzeda (oggi Etnea) e la strada Reale o del Corso (oggi Vittorio Emanuele II).

Nel 1713, con la guerra di successione spagnola i possedimenti italiani passarono ai Savoia che cedettero la Sicilia nel 1720 agli Asburgo d'Austria. A seguito dell'avanzata dei Borboni nel 1734 il Regno di Napoli e la Sicilia passarono infine a questi ultimi. Il cambio di stile architettonico della città si deve propriamente a quest'ultimo evento storico: la Sicilia, non più vicereame, ritrovò la sua autonomia, enfatizzata dagli edifici: alla facciata sobria della Cattedrale (disegnata prima del 1734) fece da contraltare la pomposa Porta Ferdinanda (oggi Garibaldi), eretta in onore al matrimonio tra Ferdinando I e Maria Carolina d'Austria.

A seguito dell'avanzata napoleonica in Europa, la Sicilia fu sede di protettorato inglese negli anni 1810. In tale occasione fu promulgata nell'Isola la prima costituzione italiana nel 1812, ispirata al modello della Magna Charta. Durante questo periodo a Catania sorse la sua prima chiesa anglicana e sull'Etna venne inaugurato il primo rifugio (su una preesistente capanna ormai fatiscente) chiamato appunto casa degli inglesi.

Col Congresso di Vienna la Sicilia venne assegnata al governo di Napoli per formare il Regno delle due Sicilie. Colpita da due terremoti (nel 1818 e nel 1848) e dal colera, partecipò ai primi moti insurrezionali europei nei confronti della monarchia borbonica. In questa fase si forma gran parte dei maggiori letterati catanesi, alcuni dei quali considerati padri della letteratura italiana.

Nel 1860, Giuseppe Garibaldi sbarcò a Marsala liberando l'isola dal dominio borbonico; Catania, come testimoniato anche dal romanzo I Viceré, fu particolarmente attiva nel fronte garibaldino e di lì a poco venne proclamato il Regno d'Italia di cui Catania con tutta l'isola seguì le sorti.

Alla fine del XIX secolo Catania si fece notare per la raffineria dello zolfo, che aveva la sua sede nelle Ciminiere. Nel 1913 il mercato dello zolfo andò sempre più giù a causa della concorrenza di quello texano: per questo la raffineria venne dismessa.

Nel 1924 venne aperto l'Aeroporto di Catania-Fontanarossa, ma per il resto non si ebbero risultati rilevanti per l'economia della città. I bombardamenti subiti durante la Seconda Guerra Mondiale furono evidenti. Nel secondo dopoguerra si ebbe un incremento demografico ed edilizio della città, che fece denominare Catania la Milano del Sud.

Nel 2002, insieme ai sette comuni del "Val di Noto", il centro storico di Catania, è stato dichiarato Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO per lo splendore dei suoi palazzi in stile barocco.

Catanesità

Se chiedete ad un catanese cosa abbia di speciale la sua città, probabilmente vi descriverà Catania come una bella città, ma Catania è molto più di questo; perché Catania seppur non esente dai problemi, è allo stesso tempo vivace, vitale e accogliente. Come dice la canzone di Giuseppe Castiglia “Catania, figghiozza d'o patri eternu”, Catania benedice gli innamorati, si trucca e si pettina per i forestieri, Catania balla perché è felice. Per i suoi cittadini questo è normale e forse solo chi è abituato a viaggiare e a vedere altre città riesce a capire davvero quanto sia speciale Catania, che è la più vivace città della Sicilia, con una vita notturna (movida) particolarmente frizzante. Questo è dovuto anche al fatto che per la maggior parte i catanesi sanno essere e spesso si mostrano socievoli e sanno come rompere il ghiaccio; e così non di rado parlano con tutti, anche con chi non conoscono. Certo che gente antipatica e solitaria si può trovare anche qui, come nel resto del mondo, ma in generale Catania è una città aperta e sorridente; una “Barcellona della Sicilia orientale” con uno stile siciliano tutto suo.

Come orientarsi

Al punto centrale delle simmetrie e prospettive settecentesche, sulla 1 piazza del Duomo dove si incrociano la 2 via Vittorio Emanuele con la 3 via Etnea, sta la fontana posta dall'architetto Vaccarini a emblema urbano, con l'elefante romano di pietra lavica, per i catanesi il Liotru, ovvero il negromante bizantino Eliodoro.

La via Etnea, Strada di rappresentanza della ricca borghesia cittadina, è un lungo asse viario rettilineo costruito dopo il grande terremoto del 1693. Chiamata originariamente via Uzeda, attraversa da sud a nord Catania, per poi arrivare al Tondo Gioeni con una prospettiva sulla montagna del vulcano Etna.

Poco più a sud di Piazza del Duomo (o Piazza Duomo) stanno la 4 via Pardo e la Piazza Alonzo di Benedetto dove si tiene l'antico mercato del pesce (Piscarìa in siciliano), divenuto una primaria attrazione turistica di Catania. Sempre a sud di piazza del Duomo sta la 5 Piazza Federico di Svevia al cui centro si erge il castello Ursino che ospita il museo comunale.

Altra strada interessante del centro è 6 via Crociferi con andamento parallelo a via Etnea. Realizzata nello stesso periodo, è una delle vie più monumentali; con palazzi settecenteschi e chiese barocche che la fiancheggiano. Al suo inizio, l'Arco di San Benedetto che unisce i due fabbricati della Badia grande.

La stazione ferroviaria di Catania Centrale è più ad est in fondo a 7 Corso Sicilia.

L'asse viario rettilineo più lungo della città, fino al mare, è composto dai due segmenti di 8 Viale XX Settembre, che si allunga sino la vasta 9 Piazza Giovanni Verga, con la Fontana dei Malavoglia, da ove inizia il, più ampio ed alberato, 10 Corso Italia.

Come arrivare

In aereo

La città di Catania è facilmente raggiungibile da diverse città italiane, europee ed extra-europee grazie alla presenza dell'Aeroporto Internazionale "Vincenzo Bellini" Fontanarossa che gestisce i voli nazionali per tutte le città italiane, per le principali mete europee e diverse località internazionali.

Stazioni Trenitalia

1 Stazione di Catania Acquicella, Piazza Stazione Acquicella, 10. Tabella orari. Stazione della categoria argento, gestita da RFI (FS). Stazione senza servizio di assistenza alle Persone a Ridotta Mobilità.

2 Stazione di Catania Centrale (Catania Cle.), Piazza Papa Giovanni XXIII. Tabella orari. Stazione della categoria oro, gestita da Centostazioni (FS). Stazione con servizio di assistenza alle Persone a Ridotta Mobilità (se preavviso telefonico).

3 Stazione di Bicocca, Strada comunale Passo Cavaliere. Tabella orari. Stazione della categoria argento, gestita da RFI (FS). Stazione senza servizio di assistenza alle Persone a Ridotta Mobilità.

4 Stazione di Catania Ognina, Via Feudo Grande, Ognina. Tabella orari. Stazione della categoria bronzo, gestita da RFI (FS). Stazione senza servizio di assistenza alle Persone a Ridotta Mobilità.

5 Stazione di Catania Europa.

6 Stazione di Catania Aeroporto Fontanarossa. La stazione, poco distante dall'aeroporto, è stata realizzata per permettere un collegamento ferroviario diretto dal maggiore scalo aeroportuale siciliano al resto della regione.

In autobus

Le corriere di linea si fermano a Catania nel Parcheggio dell'Autostazione centrale di Catania.

1 Autostazione Catania, via della Libertà, 1-21 (angolo via Archimede). Fermata centrale delle corriere di linea e di alcuni autobus extra-urbani.

Linee di corriera extra-urbane e nazionale con fermate sul territorio comunale di Catania gestite in collaborazione dalle aziende Flixbus, SAIS e Segesta, per le Eurolinee/Eurolines.

Abruzzo. Lun-Dom. Linea 01: Giulianova ↔ Pescara ↔ Avezzano ↔ Messina ↔ Catania ↔ Enna bassa ↔ Caltanissetta ↔ Canicattì ↔ Agrigento.

Campania. Lun-Dom. Linea SAIS Sicilia-Roma: Roma Tiburtina ↔ Napoli ↔ Salerno ↔ Battipaglia ↔ Sala Consilina ↔ Messina ↔ Catania ↔ Caltagirone Mineo ↔ Gela ↔ Licata ↔ Palma Montechiaro ↔ Agrigento ↔ Siculiana ↔ Montallegro ↔ Ribera ↔ Sciacca ↔ Menfi ↔ Castelvetrano ↔ Mazara del Vallo ↔ Marsala.

Emilia-Romagna. Lun-Dom. Linea 03: Piacenza ↔ Parma ↔ Bologna (trasbordo immediato e assistito) ↔ Messina ↔ Catania ↔ Lentini ↔ Comiso ↔ Ragusa ↔ Modica.

Liguria e Toscana. Lun, Mer, Ven in entrambe le direzioni, Sab solo verso la Sicilia. Linea SAIS Agrigento-Pisa-Genova: Genova ↔ La Spezia ↔ Pisa ↔ Empoli ↔ Firenze ↔ Siena ↔ Perugia ↔ Messina ↔ Catania ↔ Enna Bassa ↔ Caltanissetta ↔ Canicattì ↔ Agrigento.

Lombardia. Lun-Dom. Linea SAIS Modica-Milano: Busto Arsizio ↔ Milano Lampugnano (metro) ↔ Milano Rogoredo FS (metro) ↔ Parma ↔ Reggio Emilia ↔ Poggibonsi ↔ Siena ↔ Messina ↔ Catania ↔ Lentini ↔ Comiso ↔ Ragusa ↔ Modica.

Lombardia e Piemonte. Lun-Dom. Linea SAIS Catania-Torino: Torino autostazione ↔ Milano Lampugnano (metro) ↔ Milano Rogoredo FS (metro) ↔ Piacenza ↔ Messina ↔ Catania.

Marche. Lun-Dom. Linea SAIS Catania-Urbino: Urbino ↔ Pesaro ↔ Ancona ↔ Civitanova ↔ Porto d'Ascoli ↔ Giulianova ↔ Pescara ↔ Avezzano ↔ Messina ↔ Catania.

Umbria. Dom-Ven. Linea 08: Perugia ↔ Messina ↔ Catania ↔ Lentini ↔ Comiso ↔ Ragusa ↔ Modica.

Veneto. Lun-Dom. Linea SAIS Catania-Venezia: Venezia ↔ Mestre ↔ Padova ↔ Bologna ↔ Messina ↔ Catania.

In auto

Catania è facilmente raggiungibile tramite collegamenti autostradali:

da nord dall'autostrada Messina-Catania e la .

da sud dalla superstrada Siracusa-Catania.

da ovest dall'autostrada Palermo-Catania.

In nave

7 Porto di Catania, Porto di Catania, ☎ +39 095 531 667 (capitaneria di porto). tariffe per lunghezza. accesso continuo. Il Porto costituito da un bacino artificiale protetto a Est dal molo di levante e a Sud dal molo di mezzogiorno è suddiviso in tre zone: Porto Vecchio – Porto Nuovo – Porto Peschereccio. Fondale: fangoso in banchina da 3 a 8 m. Radio: VHF canale 16 – 11 Catania Capitaneria di Porto Radio, servizio continuo. Divieto di ancoraggio/ormeggio alle banchine commerciali.Il porto di Catania è raggiungibile con collegamenti diretti da Napoli e semi-diretti da Valetta sull'isola di Malta; Valletta - con la Compagnia marittima Virtu Traghetti.I biglietti di imbarco per la Virtu Traghetti si possono comperare da Virtu Ferries, Molo Centrale, Porto di Catania, ☎ +39 095 7031211 (Biglietteria di Catania), +39 0932 811811 (Biglietteria di Pozzallo), catania@virtuferries.com. Aperto 2 ore prima dell'imbarco sul Bus per il porto di Pozzallo, da ove parte il catamarano per Valletta. Inoltre Catania è meta di numerosa navi da crociera, della Costa Crociere e della MSC.

8 Porto di Caito (Porto turistico Rossi), Picanello-Ognina, ☎ +39 095374966, +39 095383992, fax: +39 095382995. tariffe per lunghezza. accesso continuo. Fondale: roccioso in banchina da 1 a 3 m. Lunghezza massima natanti: 25 metri. Radio: VHF canale 16 – 11 Catania Capitaneria di Porto Radio, servizio continuo. I diportisti possono ormeggiare alle banchine e ai pontili per 250 m.

9 Porto di Ognina (Porto Ulisse), Picanello-Ognina (a trè miglia NE dal centro. Si consiglia di entrare passando a circa 30 metri dalla lanterna rossa con direzione nord.), ☎ +39 095494152. tariffe per lunghezza. accesso continuo. Fondale roccioso e fangoso in banchina da 1,5 a 3 m. Radio: VHF canale 16 – 11 Catania Capitaneria di Porto Radio, servizio continuo.

10 Porto di San Giovanni li Cuti. Porticciolo da pesca.

Come spostarsi

Metropolitana e ferrovia Circumetnea

11 Amministrazione Ferrovia Circumetnea (Circumetnea), via Caronda, 352 a, ☎ +39 095541111, fax: +39 095431022, info@circumetnea.it. Parte in centro, da Piazza Stesicoro, come metropolitana. Dopo come prolungamento della metropolitana esce in superficie e si spinge dal centro verso ovest e poi nord (circa 111 Km) circondando il territorio del Monte Etna e giungendo fino a Riposto. È possibile trasportarvi anche biciclette.

Mezzi pubblici di superficie

Nella città di Catania, specialmente nelle zone del centro della città, ci si può spostare con le linee di autobus dall'Azienda Metropolitana Trasporti Catania (AMT).

Azienda Metropolitana Trasporti e Sosta (AMTS), Via Sant'Euplio, 168, ☎ +39 0957519111, ☎ 800 018 696, fax: +39 095509570, urp@amts.ct.it. Biglietto AMTS ordinario 90 minuti: 1€. Biglietto Alibus 90 minuti: 4€. Biglietto Catania Pass 24h/giornaliero, 36h/trigiornaliero o 5 giorni: compresa la linea veloce Alibus (Aeroporto – Centro) e la linea Metropolitana della Ferrovia Circumetnea, consente ulteriormente accessi gratuiti o agevolazioni a musei e sconti ospitalità, negozi e ristoranti convenzionati e altro. Lun-Ven 08:00-14:00. I biglietti consentono l'utilizzo illimitato e ripetuto dei mezzi del trasporto pubblico urbano per la loro intera durata.

In automobile

La circolazione è resa difficile dal traffico nel tardo pomeriggio. D'altra parte, una delle arterie principali della città (Via Etnea) è chiusa per le automobili (senza il permesso per abitanti) durante il giorno.

Autonoleggio

Sono presenti in città tutte le grandi ditte di autonoleggio.

Il numero telefonico che i cittadini possono chiamare per segnalare la presenza di buche nelle strade cittadine è lo +39 095 456 078 (il numero verde 800 594 444 precedentemente comunicato dal comune non è attivo) oppure mandare un fax allo +39 095 206 555 o inviare un email a cataniasenzabuche@comune.catania.it.

Parcheggi

Il problema dei parcheggi è drammatico in città, specie negli orari di punta può diventare davvero un'impresa. Neanche le strisce blu facilitano. Pertanto l'unico suggerimento è quello di lasciare l'auto in uno dei parcheggi a pagamento custoditi e andare a piedi o con i mezzi pubblici.

La consuetudine vuole, a Catania, che migliaia di cittadini paghino il pizzo ai parcheggiatori abusivi che si spartiscono ogni angolo della città, e in cambio, assicurano la custodia dell'auto. Non è un obbligo, ma chi posteggia l'auto lungo un viale e non paga il pizzo rischia di trovarla danneggiata.

Con tour guidati

Trenino di Catania (Proprietario: Tourist Service SpA), ☎ +39 0958204281, +39 0950933385. 5€. Lun-Dom dalle 09:00 (giro di 40 minuti). partenza da Piazza Duomo

Cosa vedere

Gli elenchi delle strutture possono essere trovati negli articoli dei singoli distretti urbani.

Il patrimonio architettonico di Catania è indubbiamente notevole, e per questa ragione la città è stata insignita del riconoscimento UNESCO. Le centinaia di chiese e palazzi, spesso edificati in stile barocco perché posteriori al terremoto del 1693 sono caratterizzate dall'uso della pietra lavica che contrasta con la pietra bianca delle finiture. Al di fuori dalle strade principali tuttavia si nota anche del degrado spesso causato da edifici malandati, di cattivo gusto o deturpati dalle coperture (le cosiddette mutande verdi; le recinzioni che servono per non far vedere il calcinaccio che cade). La maggior parte dei palazzi, edificati dopo il violento terremoto del 1693, per ragioni di utilità commerciale, hanno quasi sempre destinato il piano terreno a bottega.

Per quanto non siano dei monumenti di spicco, la città conserva anche dei resti di edifici di epoca romana come l'anfiteatro, l'odeon e varie terme. Da non perdere il medievale Castello Ursino e le mirabili porte che un tempo si collegavano alle mura cinquecentesche della città.

Un luogo molto importante per la città è il Giardino Bellini (anche detta Villa Bellini), una villa molto grande e bella dedicata al noto compositore catanese Vincenzo Bellini.

La Città possiede un centro storico, alla quale si affaccia piazza duomo con la sua basilica, il municipio (Palazzo degli Elefanti) e al centro nella piazza troviamo una fontana con la statua di un elefante (detto in catanese u Liotru), che è il simbolo della città.

Dietro la statua dell'elefante a sinistra troviamo la fontana dell'Amenano, nella quale scorre il fiume Amenano, dietro questa fontana, troviamo la famosa pescheria di Catania, che è molto popolata.

Dell'epoca romana rimangono le interessanti vestigia dell’anfiteatro romano, parzialmente visibile perché sommerso dalle eruzioni laviche dei secoli, l'Odeon e le varie terme: quelle dell'Indirizzo, le Terme Achilliane e le Terme della Rotonda. L'antica città romana possedeva inoltre un acquedotto che percorrendo i territori comunali di Paternò, Belpasso e Misterbianco raggiungeva il capoluogo etneo. Oggi restano alcune tracce sparse nei vari quartieri a ovest del centro città.

Cosa fare

Gli elenchi delle strutture possono essere trovati negli articoli dei singoli distretti urbani.

1 Etnaland (sulla A18 uscita Misterbianco imboccare la SS121 in direzione "Etnapolis", uscita Valcorrente, seguire indicazioni sulla SP15.), ☎ +39 0957913333. Parco a tema € 25 adulti ed € 20 bambini sopra 140cm, parco acquatico idem + lettini fra i 3,5 e i 4,5 € (dipende dalla posizione). Sul sito presenti varie combinazioni d'ingresso e promozioni. (2015). 9:30-18:30; mesi estivi fino le 00:30. Biglietteria: chiude 3 ore prima della chiusura. Un parco divertimenti situato a Belpasso, nell'Hinterland catanese, molto apprezzato dai cittadini catanesi e dai turisti. Comprende un parco acquatico con scivoli, piscine e giochi d'acqua e un parco a tema. Ristoranti, aree ristoro e shop.

2 Etna Sicily Touring, via Giuseppe Verdi, 155, ☎ +39 3925090298, info@etnasicilytouring.com. Associazione escursionistica leader per l'organizzazione di escursioni con guida in quota sul vulcano e nei dintorni dell'Etna.

EtnaWay (Etna Escursioni), ☎ +39 3281977919, info@etnaway.com. Escursioni guidate sull'Etna, con trasporto da Catania, Giarre o Taormina tramite Jeep e 4x4. Visita dei Crateri Sommitali e dei luoghi più interessanti del Vulcano.

Eventi e feste

Gli eventi in città possono essere consultati sul sito PeriPeriCatania.

2 Festa di Sant'Agata. 3 al 5 feb. Al 5 febbraio la processione di migliaia di fedeli, con le "candelore" (alte costruzioni in legno intagliato e dorato a forma di campanili o piramidi). Indossando il tradizionale abito bianco, i fedeli, portano in processione l'effigie della patrona per le vie del centro storico.

Catania Filmfest (Gold Elephant World – International Film & Musical Festival), Centro fieristico “Le Ciminiere”, ☎ +39 3280246936 (mobile), gewfestival@gmail.com. prima settimana di giugno. Festival Internazionale di Cinema e Musical di Catania, e dal 2016 in sinergia tra “Gold Elephant World” ed “Etna Comics” (fumetto) affiancando il concorso europeo di lungometraggi indipendenti, il concorso europeo di cortometraggi e il concorso di cortometraggi d'animazione, fantasy, fantascienza, thriller, horror e cinema di genere. Già nel 1914 Catania fu battezzata Capitale del Cinema Europeo; con le sue quattro case cinematografiche (Jonio Film, Katana Film, Morgana Film e Sicula Film) che produssero centinaia di film.

Palio d'Ateneo. Metà Maggio. Tradizionale manifestazione sportiva e goliardica organizzata dall'Università degli Studi di Catania (UNICT) dal Centro Universitario Sportivo (CUS). Durante le giornate del Palio, le rappresentanze studentesche dei vari dipartimenti universitari si sfidano in molteplici discipline atletiche e giochi di squadra. L'apertura dell'evento è segnata da una pittoresca e animata sfilata inaugurale che attraversa l'intera via Etnea, coinvolgendo attivamente il centro storico cittadino.

3 Etnacomics, centro Fieristico "Le Ciminiere". prima metà di Giugno. Festival internazionale del fumetto, del gioco e della cultura Pop.

Feste nei d'intorni della città:

Festa della Madonna del Carmelo.

4 Festa di Sant'Anastasia, Santa Anastasia (Provenendo da Palermo ed Enna :Tramite la A19, uscita Motta Santa Anastasia e proseguire sulla SP13 verso Motta S.A. Da Messina e Siracusa, tramite la tangenziale di Catania, uscita Catania circonvallazione - Misterbianco, proseguire sulla SS121 in direzione Paternò ed uscire allo svincolo Misterbianco - Motta Santa Anastasia, o Valcorrente - Motta Santa Anastasia.). Evento gratuito. 22-25 agosto ogni 4 anni e 24-25 agosto ogni anno.

Festa di Santa Rita (S. Rita da Cascia), San Giovanni La Punta (CT). 22 Maggio.

Estate in Città (Festival Estate Catanese). Un programma, realizzato dal Comune di Catania, in collaborazione con alcune organizzazioni che operano sul territorio; che accompagnerà tutta l'estate, con eventi ricchi di cultura, spettacoli di musica, teatro, lirica, danza, circo, cinema, letteratura, arte e anche solidarietà.

Acquisti

Gli elenchi delle strutture possono essere trovati negli articoli dei singoli distretti urbani.

È possibile fare acquisti in buona parte della città.

La maggior parte dei negozi si concentra nelle vie centrali di Catania, in particolare in Via Etnea, dove vi sono alcuni tra i migliori negozi della città siciliana.

Catania inoltre presenta un elevato numero di centri commerciali, generalmente situati all'esterno della città in sé, nei vari paesi della provincia. Per ovviare alla distanza fisica dal centro della città alcuni di essi hanno dei servizi navetta grazie ai quali i turisti possono raggiungere i centri commerciali con facilità.

Catania ha un'acqua potabile di ottima qualità e una buona mineralizzazione dovuta ai sedimenti lavici. Anche i produttori di bevande ne traggono profitto.

I mercatini rionali sono distribuiti nell'arco della settimana a rotazione, ma ci sono anche quelli giornalieri come quello del pesce che attraggono i turisti per il folkore e la genuinità.

Dove mangiare

Gli elenchi delle strutture possono essere trovati negli articoli dei singoli distretti urbani.

Bibite

La più tipica e storica bevanda da gustare al chiosco o al bar è una mistura di seltz, limone e sale particolarmente dissetante e naturale. Seguono e sono molto apprezzate il mandarino al limone, la cedrata, il tamarindo, l'amarena, l'orzata, la menta, lo sciampagnino e altre varianti alla frutta o una semplice ma buonissima acqua i zammù (italiano: acqua e anice) più conosciuta nel palermitano.

Molto famosi sono i chioschi di Catania che non sono semplicemente luoghi dove fermarsi a dissetarsi ma parte integrante della catanesità. Gli sciroppi che i vari chioschi utilizzano per preparare queste bevande sono in genere prodotti artigianalmente e ogni bibitaro conserva gelosamente la propria ricetta.

Vini e uve della campagna catanese sono

L'Etna DOC, nei tipi bianco, rosato o rosso da vigneti sulle pendici del vicino vulcano. Il bianco superiore viene solo prodotto nel comune di Milo.

Le uve di Grecanico Dorato, un'antica varietà di vitigno locale sull'Etna.

Le uve di Nerello Mascalese, di Nerello Cappuccio e di Nocera usate per il vino 'Etna DOC rosso.

Alcuni coltivano anche uve, non nostrane dell'Etna, di Frappato e nero d'Avola che vengono usate assieme per produrre il vino rosso Cerasuolo di Vittoria (presente anche in altri territori).

È inoltre in crescita un nuovo antico vino degli antichi romani, come progetto sperimentale del CNR e dell'Universita di Catania].

Cibi

Piatti catanesi sono:

Le alici e le sarde a beccafico, in cui le sarde vengono bagnate con aceto e poi coperte di aglio, formaggio gratuggiato e prezzemolo. Per poi essere passate nell'uovo e fritte.

Gli arancini, sono dei piccoli timballi di riso farciti con vari ripieni.

I cannelloni alla catanese.

La pasta alla Norma, così battezzata in onore dell'opera belliniana, prelibatezza succulenta catanese a base di spaghetti coperti con fette di melanzana fritta in olio e irrorati con salsa di pomodoro e ricotta salata.

Le polpette al limone.

Il rippidu nivicatu, che è un risotto con il nero di seppia, servito in forma di Etna; sulla sommità una spolverata di ricotta salata a sembrare la neve in vetta e la salsa di pomodoro a sembrare la lava.

La scacciata, di due sfoglie di pasta sovrapposte (come nelle lasagne) racchiudendo acciughe, formaggio, pomodori e cipolla.

Gli sfinci, che sono frittelle alla ricotta o all'acciuga.

Lo zuzo, gelatina di maiale al limone.

Dolci catanesi sono:

Le mammelle di Santa Agata.

Gli ossi di morto.

Gli N'zuddi (in italiano “Vincenzi“), biscotti secchi profumati con scorza di arancia e decorati con una mandorla sopra. Chiamati così perché erano prodotti dalle suore Vincenziane.

La pasta reale.

Il torrone di Santa Agata.

Camion dei panini (paninari). Sono tra i tanti altri posti interessanti che si trovano in molti punti della città. Si vendono principalmente panini con carne e contorno. Una specialità tipicamente catanese è il panino con la carne di cavallo.

Come divertirsi

Gli elenchi delle strutture possono essere trovati negli articoli dei singoli distretti urbani. La città offre una vivace vita notturna con i suoi pub del centro storico e i numerosi concerti dal vivo.

Spettacoli

Gli spettacoli sono parte importante della vita culturale e sociale della città di Catania. Oltre a tanti cinematografi, sono presenti anche circa 25 teatri, ognuno di questi specializzato in tipo particolare di spettacolo: il balletto, l'opera lirica, l'opera dei pupi e il teatro sperimentale.

Molto attive sono anche gli eventi sportivi principalmente quelli calcistici presso lo Stadio Massimino e il Rugby.

Dove alloggiare

Gli elenchi delle strutture possono essere trovati negli articoli dei singoli distretti urbani.

La città offre molteplici possibilità di alloggio, dal modesto alberghetto fino alle strutture di alto livello. La zona più gettonata è ovviamente il centro storico dove si concentrano la maggior parte delle strutture ricettive, ma anche la zona moderna e la periferia offrono valide alternative. Il fatto di aver o meno l'auto può far optare per un alloggio decentrato anche per minimizzare i problemi di traffico e parcheggio.

Bisogna prestare una certa attenzione nella scelta degli alloggi del centro storico perché alcune strutture sono poste in quartieri a poca distanza da piazza duomo ma spesso in un contesto degradato o poco sicuro. Affidatevi alle recensioni e prendete informazioni riguardo al quartiere.

Sicurezza

Catania è una città abbastanza sicura ma sono presenti diverse criticità. Se gli scippi in pieno centro possono avvenire, spesso in occasione di eventi come la Festa di Sant'Agata, in altri quartieri il rischio aumenta. I quartieri del centro ad esempio presentano delle parti degradate dove è sempre meglio evitare di girare da soli di notte: il quartiere San Cristoforo, San Berillo e le zone vicine alla via Plebiscito fino al porto non sono aree molto sicure. Uscendo dal centro i quartieri della periferia sud come Librino, Santa Maria Goretti a ridosso dell'aeroporto sono zone da evitare non per episodi violenti ma per il rischio di incappare in persone poco raccomandabili. Un'altra zona poco sicura è alla foce del Simeto e zona Vaccarizzo.

Un altro fattore da tenere in considerazione è l'auto. La città è piena di parcheggiatori abusivi che chiedono un obolo per controllare l'auto, spesso sono persone poco raccomandabili e fare resistenze potrebbe far rischiare un piccolo danno all'auto. Se non volete contribuire a questo ricatto meglio parcheggiare altrove oppure in un parcheggio a pagamento.

Non lasciate mai oggetti in auto o valigie a vista, le auto sono spesso oggetto di furto, se non proprio viene rubata l'intera auto. Per questa ragione si consiglia di utilizzare un bloccasterzo e di rimuovere l'autoradio qualora sia amovibile.

Polizia municipale, ☎ +39 095531333 (pronto intervento), info.poliziamunicipale@comune.catania.it. Responsabile dell'ordine pubblico urbano locale, in caso di furto e altri reati e l'assistenza nella ricerca di persone scomparse o cani.

Polizia di Stato (Questura di Catania), Piazza Santa Nicolella, 8, ☎ +39 0957367111, gab.quest.ct@pecps.poliziadistato.it. orari uffici. Responsabile per la tutela dell'ordine pubblico, indagini sui crimini e delitti di loro competenza.

Salute

7 Garibaldi (Azienda Ospedaliera di Rilievo Nazionale e di Alta Specializzazione Garibaldi), Piazza Santa Maria di Gesù, 5, Centro storico (Accessibile tramite la strada sulla Via Fabio Filzi), ☎ +39 0957224044. Ospedale con stazione di emergenza e Pronto Soccorso generale e Pronto soccorso pediatrico a Nesima. A questo ospedale sono aggregati i seguenti altri ospedali e presidi ospedalieri.

8 Garibaldi-Centro, ospedale, Piazza Santa Maria di Gesù, 5 (Centro storico, 1ª).

9 Santa Marta, presidio ospedaliero, Via Gesualdo Clementi, 36 (Centro storico, 1ª). Negli "Ospedali Riuniti S. Marta e Villermosa".

10 Ascoli - Tomaselli, ospedale, Via Passo Gravina, 187 (Picanello-Ognina-Barriera-Canalicchio 2ª).

11 S. Luigi S. Currò, ospedale, Viale Alexander Fleming, 24 (Borgo-Sanzio 3ª).

12 Garibaldi-Nesima, ospedale, Via Palermo, 636 (Catania), ☎ +39 095 7591111.

13 Vittorio Emanuele, policlinico (Azienda Ospedaliero - Universitaria "Policlinico Vittorio Emanuele"), Via Plebiscito, 628, Centro storico, ☎ +39 0957431111 (centralino), +39 0957436310, +39 0957436311 (CUP-Centro Unificato Prenotazioni), ☎ +39 800 284 284, fax: +39 095317844. CUP: Lun-Ven 08:30-12:30, Sab 08:00-11:30. Ospedale con un Pronto Soccorso Generale e Pronto Soccorso pediatrico. A questo policlinico sono aggregati i seguenti altri ospedali e presidi ospedalieri.

14 Ferrarotto Alessi, presidio ospedaliero, Via Salvatore Citelli, 21-31 (Centro storico 1ª).

15 Santa Marta, presidio ospedaliero, Via Gesualdo Clementi, 36 (Centro storico 1ª). Negli "Ospedali Riuniti S. Marta e Villermosa".

16 Santo Bambino, presidio ospedaliero, Via Tindaro, 2 (Centro storico 1ª, Entrata da Via Santo Bambino, 56).

17 Vittorio Emanuele, presidio ospedaliero, Via Plebiscito, 628 (Centro storico 1ª).

18 Gaspare Rodolico, presidio ospedaliero, Via Santa Sofia, 78 (Centro San Giovanni Galermo-Trappeto-Cibali 4ª).

Nei dintorni

La città di Catania è il centro culturale della sua omonima Città metropolitana. Esistono, comunque, nelle immediate vicinanze altri centri storici e borghi medievali di eccezionale bellezza risalenti a periodi vari dall'età romana a quella moderna, passando da quella medievale e barocca. Tra le più importanti cittadine bisogna indicare le barocche Acireale, Caltagirone e Militello in Val di Catania, dichiarati patrimoni dell'umanità (UNESCO) nel 2002, del Vallo di Noto (o Val di Noto). Per i borghi medievali e i castelli difensivi costruiti in epoca normanna si possono ricordare Adrano, Paternò, Aci Castello e Motta Sant'Anastasia. In particolare, in quest'ultimo paese, Motta, tra il 23, 24 e 25 agosto si può ammirare la strepitosa Festa di Sant'Anastasia (riconosciuta tra le feste italiane più importanti), nella quale ci si imbatte in esibizioni di sbandieratori, musici e majorette dei tre rispettivi rioni di Motta.

Risalendo le pendici dell'Etna incontriamo Belpasso, Nicolosi, Ragalna, Randazzo, Bronte, quest'ultimo famoso per la produzione del Pistacchio di Bronte, importante nell'economia locale.

Spiagge

Essendo in Sicilia, non possiamo certo dimenticarci delle meravigliose spiagge ioniche di diversa natura.

A sud di Catania esse appaiono basse e sabbiose, tra queste troviamo la Plaja (o Playa), composta da molti lidi e alcune spiagge ad accesso libero e a seguire la spiaggia di Vaccarizzo

A nord di Catania le spiagge sono alte e rocciose (a causa delle eruzioni etnee), con talvolta la presenza di ciottoli e ghiaia. Tra queste troviamo la spiaggia di San Giovanni li Cuti e Ognina.

Proseguendo, al di fuori del comune di Catania, troviamo le Spiagge di Acireale, Riposto, Fiumefreddo di Sicilia, Calatabiano, Aci Castello e Aci Trezza (famosa per i faraglioni).

Per gli amanti dell'abbronzatura integrale vi è una zona non ufficiale per nudisti al Caito sul versante marino roccioso della stazione ferroviaria di Catania Centrale.

Comunque, occorre fare attenzione alla balneabilità, dato che molte spiagge nel catanese (specialmente quelle vicino a porti o foci di fiumi) possono essere inquinate o vigere divieti preventivi di balneazione.

Escursioni

Escursioni di tipo naturalistico possono essere senza dubbio;

Il fiume Alcantara, le cui gole sono rinomate nel mondo per l'unicità della loro struttura (nel quale si ci può anche rilassare con un bel bagno nelle sue acque gelide).

La piana di Catania, la più vasta piana della Sicilia, è un basso alluvionale formato dal fiume Simeto e dai suoi affluenti. Una meravigliosa oasi, fittamente coltivata; con agrumeti lungo il littorale e nelle zone a nord e sud, vigneti sulle pendici dell'Etna, pascoli e seminativi nella parte centrale. Nei suoi centri agricoli nelle quali si possono degustare i piatti tipici locali.

L'Etna conosciuto pure con il nome siciliano di Mungibeddu (lett. Montebello), è il più alto vulcano attivo d'Europa, la sua riserva naturalistica ed i suoi impianti sciistici (aperti nella stagione invernale).

Ad ogni modo la provincia di Catania offre al visitatore molti ambienti, dall'alta montagna al mare ionio celestiale, dai centri ricchi di storia, cultura e tradizione, alla rilassante campagna siciliana.

Itinerari

Sicily Divide — Da questa città termina l'itinerario cicloturistico che parte da Palermo o da Trapani.

Da Wikivoyage · leggila alla fonte · CC BY-SA 4.0

Cosa vedere a Catania

  1. Cattedrale di Sant'Agata
  2. Castello Ursino
  3. Teatro Massimo Vincenzo Bellini
  4. Basilica Maria Santissima dell'Elemosina
  5. Chiesa di San Benedetto (Catania)
  6. Monastero di San Nicolò l'Arena
  7. Fontana dell'Elefante
  8. Teatro greco-romano di Catania
  9. Chiesa della Badia di Sant'Agata
  10. Anfiteatro romano di Catania
  11. Piazza del Duomo (Catania)
  12. Palazzo Biscari
  13. Chiesa di San Giuliano (Catania)
  14. Palazzo degli Elefanti
  15. Chiesa di San Placido
  16. Porta Garibaldi (Catania)
  17. Palazzo del Seminario dei Chierici
  18. Fontana dell'Amenano
  19. Palazzo dell'Università (Catania)
  20. Palazzo Manganelli
  21. Palazzo Gioeni
  22. Palazzo San Giuliano
  23. Palazzo delle Poste (Catania)
  24. Garage Musmeci
  25. Clinica Clementi
  26. Giardino Bellini
  27. Orto botanico di Catania
Mappa di Catania con i luoghi numerati
I numeri corrispondono all'elenco qui sotto. Dati della mappa © OpenStreetMap

Cattedrale di Sant'Agata

Cattedrale · Catania

Cattedrale di Sant'Agata

Il Duomo di Sant’Agata, pure noto come Basilica Cattedrale metropolitana di Sant'Agata, è il principale luogo di culto cattolico di Catania, chiesa madre dell'omonima arcidiocesi metropolitana e sede dell'omonima parrocchia.

La cattedrale è dedicata alla vergine e martire Sant'Agata, patrona della città di Catania, ed è situata nel centro storico della città, nel lato sud-est di piazza del Duomo, nello stesso quartiere ("Duomo di Catania" o "Terme Achilliane-Piano di San Filippo"). La cattedrale conserva stili differenti: dal Normanno, al Barocco, fino al Neoclassico.

Leggi tutto su Cattedrale di Sant'Agata (5.024 parole)
Storia
La prima e la seconda cattedrale

La cattedrale originaria, adiacente alle carceri, fu la chiesa di Sant'Agata la Vetere, ove, nel VI secolo, Papa Vigilio aveva tenuto delle ordinazioni sacerdotali.

Nel 1040, Giorgio Maniace, generale inviato dall'imperatore bizantino Michele IV il Paflagone per la riconquista della Sicilia dal dominio arabo, che dal 909 governava l’isola come Emirato di Sicilia, sottrae alla città le reliquie di Sant'Agata gelosamente ospitate nella primitiva cattedrale. Le reliquie furono traslate nella basilica cattedrale di Santa Sofia, a Costantinopoli, e lí custodite per ben 86 anni.

L’attuale cattedrale venne edificata sulle rovine delle Terme Achilliane, risalenti al IV secolo, tra il 1086 ed il 1094, ed era, in origine, concepita come un'"ecclesia munita", ovvero "chiesa-fortezza". Contestualmente, accanto al prospetto meridionale, fu edificato il monastero dell'Ordine Benedettino per il vescovo e per i canonici. L'interno presentava superbe colonne di granito, capitelli, fregi e ornamenti di svariata fattura che indicavano la diversa provenienza e il riutilizzo di parti di templi pagani e rovine romane.

Nel 1091, su iniziativa del conte Ruggero d’Altavilla, giunse, dal monastero benedettino di Sant'Eufemia, in Calabria, l'abate Ansgerio, il quale fu nominato vescovo della ricostituita diocesi della città, proprio dal sovrano normanno. Il canonico, storico e archeologo Tommaso Fazello, tramanda la memoria di un'iscrizione in latino su una tavola di marmo, collocata sulla porta rivolta a settentrione, il testo recitava:

Con diploma datato 1091, approvato da Papa Urbano II, Ruggero I di Sicilia donò i territori del comprensorio Acese, di Paternò, Adernò, Sant'Anastasia, Centorbi, Castrogiovanni, Girgenti, fino ai confini della neocostituita diocesi di Troina, alla diocesi di Catania. Nel 1092, un secondo diploma, integrava il primo includendo l'intera area dell'Etna e le coste di pertinenza, per la contropartita simbolica, da corrispondere limitatamente alle visite del Conte, di un pane e una misura di vino.

Il Medioevo

Nel 1092 la cattedrale iniziò a godere delle rendite della chiesa di Santa Maria della Valle di Josaphat, di Paternò, nel 1093 dei proventi del casale di Ximet, nel 1111 della chiesa di San Giovanni di Fiumefreddo e infine dei fondi donati da Goffredo d'Altavilla, signore di Ragusa, tutte rendite che consentirono il finanziamento del monastero benedettino.

Nel 1094 il vescovo-abate, Ansgerio, inaugura e consacra la cattedrale.

Nel 1124, con le concessioni di Ruggero I, aumentano i privilegi della chiesa e del vescovado catanese, guidato dal vescovo Maurizio, riconoscimenti che includono l'esercizio del potere temporale sui territori dell'antica e soppressa diocesi di Lentini e sul feudo di Mascali (che diventerà poi contea). Il 17 agosto 1126, per opera del francese Gilberto e del calabrese Gosalino, le sacre spoglie di Sant'Agata sono avventurosamente riportate in Sicilia, prima a Messina, per riapprodare poi ad Aci Castello e infine essere traslate nella nuova cattedrale.

Il 4 febbraio 1169 il terremoto catastrofico noto come terremoto di Sant'Agata ne fece crollare completamente il soffitto, uccidendo gran parte dei cittadini riuniti in cattedrale per le festività agatine e lo stesso arcivescovo, Giovanni d'Aiello, che presiedeva le celebrazioni.

Nel 1194, sotto il regno di Enrico VI, un incendio di vaste proporzioni arrecò notevoli danni alla struttura.

Le concessioni e i privilegi ottenuti sotto i normanni sono riconosciuti e riconfermati anche successivamente dagli svevi Enrico VI, Federico II, Corrado IV e Manfredi. Eccezione fatta per l'esercizio della giurisdizione criminale, prerogativa usurpata dall'imperatore, mentre il vescovo Gentile Orsini, per il tramite del legato pontificio, ne rivendicarono la potestà a Carlo d'Angiò.

Sotto gli svevi vengono apportate migliorie al cimitero dei monaci, ad est, ed al monastero sede dei canonici dell'Ordine benedettino, a sud, poi trasformato in battistero, seminario dei Chierici e palazzo vescovile.

Nel 1209 in occasione del matrimonio di Federico II di Svevia con Costanza d'Aragona, una mortale epidemia costrinse la corte palermitana a soggiornare a Catania. Il sovrano, per ricambiare la generosità delle grandi manifestazioni di giubilo, donò alla cattedrale la chiesa di Santa Maria Lo Plano di Aidone.

Età Moderna e ricostruzione

Nel XVI secolo nell'aula e nei vari ambienti del tempio sono documentati innumerevoli altarini. Nel 1420 la famiglia Gravina è titolare della cattedrale e detiene il patronato dell'ambiente situato sul lato destro del coro. Nel 1628, tutte le are de requiem private, furono rimosse per iniziativa del vescovo Innocenzo Massimo.

Nel 1693 il sisma che colpì il Val di Noto la distrusse quasi completamente, lasciando in piedi solo la parte absidale e la facciata.

I resti normanni consistono nel corpo dell'alto transetto, 2 torrioni mozzi e le 3 absidi semicircolari, le quali, visibili dal cortile dell'arcivescovado, sono composte da grossi blocchi di pietra lavica, gran parte dei quali è stata recuperata da un edificio di epoca romana; porzioni di muro d'ambito e il muro di prospetto furono inglobati dalla ricostruzione settecentesca.

Il vescovo Andrea Riggio, nella fase di ricostruzione, favorì la sostituzione delle colonne con poderosi doppi pilastri. Il vescovo Pietro Galletti promosse, invece, la definizione del prospetto: 1734 fece rimuovere il primitivo portale, che fu collocato temporaneamente nella Loggia Senatoria, fino a quando fu definitivamente trasferito e rimodulato nel prospetto della chiesa di Sant'Agata al Carcere, nel 1750. Il vescovo Salvatore Ventimiglia dispose il perfezionamento della facciata con la collocazione di alcune statue.

L'edificio attuale è opera dell'architetto Girolamo Palazzotto, il quale si occupò principalmente dell'interno, mentre Giovanni Battista Vaccarini disegnò e seguì i lavori della facciata con interventi e modifiche protrattisi dal 1734 al 1761; lo stesso architetto fece anche un progetto per la cupola, mai realizzato.

I lavori per la ricostruzione dell'edificio si protrassero per tutto il XVIII secolo e continuarono anche dopo la riapertura al culto della cattedrale. Durante successivi lavori di restauro, dal 1795 al 1804, la chiesa di San Francesco Borgia ricoprì le funzioni di cattedrale.

Età contemporanea

Solo nel 1857 fu completato il campanile ed è pure del XIX secolo l'allestimento attuale del sagrato.

Nel luglio del 1926 venne elevata alla dignità di basilica minore da papa Pio XI.

Esterno
Facciata

Si accede al sagrato attraverso una breve scalinata in marmo che culmina in una cancellata in ferro battuto ornata con 10 santi in bronzo. Il sagrato è diviso dalla piazza del Duomo da una balaustra in pietra bianca ornata con cinque grandi statue di santi in marmo di Carrara.

L'esterno della cattedrale è caratterizzato dalla facciata, la quale presenta evidenti analogie con la coeva facciata di Biagio Amico per Sant'Anna la misericordia a Palermo, come se la Sicilia volesse esprimere un suo modello derivato da Roma ma generato dalle direttive della Chiesa di Sicilia, a est come a ovest.

Il prospetto è a tre ordini compositi in stile corinzio, e attico completamente in marmo di Carrara. Il primo ordine è costituito da sei colonne di granito di fattura antica provenienti forse dal Teatro romano, sormontate dallo stemma della nobile famiglia Galletti cui apparteneva il vescovo Pietro Galletti. Il secondo ordine ha anch'esso sei colonne meno grandi e due piccole poste ai lati dell'ampio finestrone centrale. Tutti gli ordini sono adornati con statue marmoree di sant'Agata al centro sulla porta centrale, sant'Euplio a destra e san Berillo a sinistra. Le due grandi finestre ovali ai lati sono accompagnate dai due acronimi riferiti alle frasi legate al culto della Santa: MSSHDEPL e NOPAQVIE.

Il portone principale in legno è costituito da trentadue formelle, finemente scolpite, illustranti partendo dall'alto a sinistra: nel primo registro sono i tre armoriali del vescovo Ansgerio, di papa Urbano II e di Ruggero I di Sicilia con relative didascalie in quanto i tre protagonisti della fondazione della cattedrale, mentre chiude la serie la riproduzione di un rapace in volo oltre le nubi in tempesta con la didascalia aera imbes quae transcreditur; nel secondo registro sono rappresentati gli armoriali dei corrispettivi protagonisti della ricostruzione della cattedrale (rispettivamente vescovo, papa e sovrano), ossia Pietro Galletti, Papa Clemente XII e Carlo III di Spagna con relative didascalie, chiude la serie lo stemma di Catania con la didascalia dei motti civici; il terzo registro rappresenta quattro attributi della diocesi e rispettive didascalie, ossia un volatile nel nido mentre lede il proprio petto per sfamare i propri pulcini (simile all'icona cristiana del pellicano; il motto è charitas omnia suffert), un uomo barbuto schiacciato da un vulcano alle cui spalle si erge la croce della Risurrezione a cui l'uomo è incatenato per la caviglia (la posa della figura ricorda iconograficamente Atlante, ma si rifà al mito di Tifeo; il motto è subiacet imperio), un albero battuto dai venti (due paffuti volti soffianti) da cui cadono diverse foglie (il motto è solum sicca convellunt) e infine un volatile al rogo in una pira il cui motto è spes sancta crociata nescit; l'ultimo registro rappresenta gli attributi della patrona di Sant'Agata e sono un altare su sono posati una spada delle tenaglie e una corda schiacciate da un piatto su cui sono i seni della santa (il motto è urbis praesidium et munimen), una fornace da cui fuoriescono vampate di fuoco e sovrastata dai seni coronati e dal cuore in fiamme (il motto è inestinguibilis amor), un messale aperto con la dicitura noli offendere Patriam Agathae quia ultrix iniuriarum est che sovrasta i simboli imperiali (corona e scettro) capovolti (il motto è impietas pietate refellitur), chiude infine un arcobaleno che sovrasta una tavola con le ali spiegate su cui è l'acronimo M.S.S./H.D./et/P.L. (chiaramente indicante la tavola angelica della tradizione; il motto è foedus eternum). Ai lati della porta centrale, su due alti supporti, sono poste le statue in marmo di san Pietro e san Paolo.

Campanile

Un tozzo campanile è documentato in epoca normanna. Una prima costruzione promossa dal vescovo Simone del Pozzo nel 1338, fungeva da torre di guardia. Posta alla sinistra del prospetto, arretrata di circa 7 metri rispetto alla facciata, era alta oltre 70 metri.

La torre a base quadrata misurava circa 15 metri di lato. La sua storia è molto accidentata in quanto subirà diversi crolli e quindi molte riedificazioni. Nel 1662 fu ulteriormente innalzata per l'inserimento di un orologio e fu portata alla vertiginosa altezza di circa 100 metri. Ma l'11 gennaio del 1693, a causa del forte terremoto che investì la città, crollò, travolgendo anche la chiesa: sotto le sue macerie morirono oltre 7.000 fedeli raccolti in preghiera. Fu riedificata assieme alla chiesa dopo il terremoto del 1693, con alla sommità la Campana maggiore fusa nel 1614 dalla fonderia Sanfilippo dall'esponente Giacomo e i figli Domenico e Francesco del diametro di 1.88m, altezza di 2.20m, circonferenza di 5.90m e peso di 7616 kg. Questa campana cadde dalla torre nel corso del terremoto ma rimasta integra, unitamente alla Campana del Popolo fusa nel 1505 sempre dalla fonderia Sanfilippo ma dai fratelli Giorgio e Giovanni del diametro di 1.22m, l'altezza di 1.55m e peso stimato di 1300 kg

La cupola, posta sulla crociera, risale al 1802 su progetto di Carmelo Battaglia su commissione del vescovo Corrado Maria Deodato Moncada, è munita di colonne e ampi finestroni che illuminano l'interno. Tra il 1867 e il 1869 l'architetto Carmelo Sciuto Patti realizzò l'attuale campanile e la lanterna della cupola.

Interno
Navata destra

Le sopraelevazioni degli altari presenti in entrambe le navate, sono costituite da opere pittoriche caratterizzate da monumentali cornici in stile barocco di legno scolpito e dorato. La ricostruzione post terremoto del Val di Noto del 1693 determina l'uniformità degli stili e delle forme pur mantenendo un elevato carattere di magnificenza e opulenza. Pochi dipinti tra i capolavori esposti, hanno superato indenni il disastroso evento sismico, gran parte del patrimonio artistico attuale, in particolare il ciclo fiammingo, è dovuto al mecenatismo attuato da illuminati prelati.

Prima campata: Fonte battesimale. Fusto con vasca ottagonale in marmo rosso coperto da cupolino ligneo sormontato dall'Agnus Dei, sulla parete l'affresco raffigurante San Giovanni Battista e il Battesimo di Gesù nel fiume Giordano, opera di Giovanni Tuccari del 1728. L'ambiente ricavato in una nicchia dal pavimento rialzato è delimitato da una artistica cancellata.

Seconda campata: Altare dedicato a Santa Febronia, dipinto Martirio di Santa Febronia, opera di Guglielmo Borremans del 1730 commissionata da Pietro Galletti in omaggio alla Patrona di Patti, cittadina precedente sede dell'apostolato del vescovo. Tutte le opere del pittore fiammingo sono realizzate durante il soggiorno catanese dell'artista nel 1730 per l'abbellimento del tempio nuovamente ricostruito. Di fronte all'altare, addossata ad uno dei dodici pilastri che separano la navata da quella centrale, è collocato il monumento funebre del musicista catanese Vincenzo Bellini la cui salma fu traslata il 23 ottobre 1876 dal cimitero parigino di Père-Lachaise. Le sculture realizzate in marmo di Carrara e bronzo sono opera di Giovanni Battista Tassara, la targa reca inciso l'incipit dell'aria de La sonnambula:

Terza campata: Altare dedicato a Santa Rosalia, dipinto Gloria di Santa Rosalia di Guglielmo Borremans del 1730, opera commissionata da Pietro Galletti in omaggio alla Patrona di Palermo.

Quarta campata: Cappella altare dedicato al Sacro Cuore di Gesù, statua Sacro Cuore di Gesù.

Quinta campata: Altare dedicato a Sant'Antonio di Padova, dipinto Sant'Antonio di Padova opera di Guglielmo Borremans del 1730. Addossato al pilastro il monumento sepolcrale del vescovo Emilio Ferrais † 1930, opera dello scultore Pietro Pappalardo.

Sesta campata: Altare dedicato alla Sacra Famiglia, dipinto Sacra Famiglia opera di Pietro Abbadessa. Dirimpetto a questo altare, addossato al pilastro, è collocato il monumento funebre di Domenico Orlando morto nel 1839.

Settima campata: Altare dedicato a Santa Maria, dipinto Maria Corredentrice opera di Emanuele Di Giovanni del 1961. Sotto la mensa riposa Giuseppe Benedetto Dusmet. Addossato al pilastro il cenotafio del Cardinale, monumento funebre fino alla beatificazione, opera di Filadelfo Fichera.

Navata sinistra

Prima campata: Altare dedicato a San Giorgio, dipinto San Giorgio e il drago opera di Girolamo La Manna del 1624.

Seconda campata: Altare dedicato a san Francesco da Paola, dipinto San Francesco di Paola opera di Giuseppe Guarnaccia.

Terza campata: Altare dedicato alla Madonna delle Grazie, dipinto Madonna delle Grazie e Santi con san Gaetano e san Filippo Neri opera di Giovanni Tuccari del 1741, eseguita su commissione di Pietro Galletti arcivescovo di Catania già vescovo di Patti.

Quarta campata: ingresso navata sinistra con portale esterno opera di Giovan Battista Mazzolo del XVI secolo, per stile più affine alla mano del figlio Giandomenico, già autore delle decorazioni al portale d'accesso della Cappella del Crocifisso.

Quinta campata: Altare di sant'Antonio abate, dipinto Sant'Antonio Abate nel deserto opera di Guglielmo Borremans del 1730, committente Pietro Galletti. Addossato al pilastro il monumento sepolcrale del vescovo Carmelo Patanè † 1952, opera di Raffaele Leone.

Sesta campata: Altare di Sant'Agata, dipinto Martirio di Sant'Agata opera di Filippo Paladini del 1605 commissionata per adornare il primitivo altare della cappella eponima patrocinato dal vescovo Giovanni Ruiz de Villoslada. Addossato al pilastro è collocato il monumento sepolcrale di Corrado Maria Deodato Moncada † 1823, opera concepita da Antonio Calì.

Settima campata: Altare di San Berillo, dipinto San Pietro consacra San Berillo primo vescovo della città, opera di Andrea Suppa. Addossato al pilastro il monumento sepolcrale del cardinale Giuseppe Francica Nava di Bondifè † 1928.

Transetto

Sul pilastro destro dell'arco trionfale fronte presbiterio è collocato il monumento sepolcrale del vescovo Michelangelo Bonadies.

Transetto occidentale destro è collocato il monumento funebre del vescovo artefice dell'ultima ricostruzione del luogo di culto monsignore Pietro Galletti. È il più sontuoso monumento della chiesa, realizzato in marmo, riccamente decorato e intarsiato. Presenta una peculiarità che lo accomuna a diverse altre opere presenti in cattedrale: il legame con le radici normanne di tutto l'impianto basilicale. Il quadro del "DIVO GIORGIO" ricorda il santo protettore delle tante battaglie per riconquista normanna dell'isola, le figure dei mori che reggono il sarcofago del monumento commemorativo rappresentano la sottomissione degli arabi all'opera di ricristianizzazione operata dal casato degli Altavilla. La cruenza di molteplici eventi si traduce nel tempo in duraturi periodi di pacifica e costruttiva convivenza che hanno lasciato impronta d'eccellenza in tutti i campi dello scibile umano. Il messaggio intrinseco odierno non è tanto il senso di oppressione, di dominio, di giogo che il particolare contesto storico d'inizio millennio ha attribuito, quanto il ruolo di base, sostegno, fondamento, pilastro, apporto, contributo che il contesto arabo ha arrecato nel meridione d'Italia.

Sul pilastro sinistro dell'arco trionfale fronte presbiterio è collocato il monumento sepolcrale del vescovo Francesco Antonio Carafa.

Cappella della Vergine

L'ingresso alla Cappella della Vergine o della Madonna del Rosario è delimitato da un portale marmoreo realizzato nel 1545 dallo scultore Giovan Battista Mazzolo altrimenti denominata Porta della Candelora. Lo scultore carrarese esponente del rinascimento siciliano è presente col figlio Giandomenico Mazzolo o Mazzola con tre portali di cui uno esterno. Nel portale sono presenti scena di vita della Vergine, la lunetta sull'architrave raffigura l'Incoronazione della Vergine pertanto la Cappella della Madonna del Rosario è altrimenti citata come Cappella della Vergine dell'Incoronazione.

La sopraelevazione dell'altare illuminata da un'elegante monofora interna realizzata in pietra lavica, è costituita da un arco normanno sorretto da colonne con capitelli corinzi, custodisce la scultura marmorea della Vergine dell'Incoronazione. Il basamento dell'altare presente è stato trasferito nel 2000 dal presbiterio dell'abside maggiore. Nella parte superiore sono incastonate le figure degli Apostoli e scene sacre, nel prezioso paliotto marmoreo in altorilievo è raffigurata Sant'Agata contornata da putti aleggianti su nuvole. L'opera è commissionata da Corrado Maria Deodato Moncada nel 1805, realizzata su progetto dell'architetto Stefano Ittar e portata a compimento sotto l'episcopato del Cardinale Giuseppe Francica Nava di Bondifè nel 1915.

Le dinastie del regno di Sicilia seguono una linea di continuità attraverso i Normanni, Svevi, Aragonesi rappresentati attraverso le casate degli Altavilla, Hohenstaufen, Aragona, eccetto la parentesi Angioina.

Il filo logico strettamente parentale che lega le varie famiglie nobiliari sono le figure del Gran Conte Ruggero, Federico II di Svevia e Federico III di Sicilia, rispettivamente il primo è bisnonno del secondo e questi, a sua volta, bisnonno del terzo.

Nel 1958 all'interno della cappella sono stati collocati i sarcofagi precedentemente incastonati sulle pareti del catino absidale al di sopra del coro ligneo, essi costituiscono rispettivamente i monumenti funerari di:

Costanza d'Aragona († 1363), sorella di Martino I di Aragona e regina consorte di Federico IV di Sicilia. Dal viso della statua riprodotta sul coperchio circa 10 anni dopo la scomparsa della sovrana è stata tratta l'impronta per forgiare il volto del busto - reliquiario di Sant'Agata.

Reali d'Aragona ovvero il ramo dei Sovrani siciliani del Casato degli Aragona.

Il sarcofago tipo "Sidamara" di età romana, custodisce i resti mortali di:

Federico III di Sicilia o "Federico II d'Aragona" o "Federico di Trinacria" († 1337).

Giovanni d'Aragona († 1348) figlio di Federico III di Sicilia.

Ludovico di Sicilia o "Ludovico di Trinacria" († 1355), detto pure Luigi I di Sicilia, figlio di Pietro II di Sicilia e nipote di Federico III di Sicilia.

Maria di Sicilia († 1401), figlia di Costanza d'Aragona e Federico IV di Sicilia, nipote di Pietro II di Sicilia e pronipote di Federico III di Sicilia.

Pietro di Sicilia († 1400), Federico poi detto Pietro, figlio unico di Maria di Sicilia e di Martino il Giovane o "Martino I di Sicilia", nipote di Costanza d'Aragona.

Martino d'Aragona († agosto 1407), figlio di Bianca di Navarra e di Martino il Giovane o "Martino I di Sicilia".

Blasco II Alagona il juniore, sepoltura.

Cappella del Crocifisso

1563, Portale di Giandomenico Mazzolo adornato con 14 bassorilievi raffiguranti scene della Passione, Morte e Risurrezione di Gesù.

La Cappella del Santissimo Crocifisso ospita un grande Crocifisso inserito in una nicchia reliquiario, contornato dalle statue della Madonna Addolorata e di San Giovanni. Sono presenti una Via Crucis e altri busti sacri. Sepolcro del vescovo Bonaventura Secusio patrocinatore del convento della chiesa di Sant'Agata la Vetere. L'ambiente ospitava la primitiva Cappella di San Silvestro.

Sagrestia

Nel 1657 all'interno dell'ambiente si verificò un furioso incendio che distrusse gran parte dei reperti custoditi. Dell'archivio della chiesa, del capitolo e del vescovado si salvarono solo i documenti relativi ai privilegi e alle concessioni di Ruggero II, di Enrico VI, Federico II, Corrado IV e Manfredi. Nel 1375 circa il vescovo Marziale commissionò il bacolo pastorale in oro, argento e pietre preziose, Pietro Galletti le preziose tappezzerie, paramenti e indumenti in seta.

La ricostruzione fu patrocinata dal vescovo Michelangelo Bonadies, le strutture resistettero al terremoto del Val di Noto del 1693. Oggi custodisce un importante affresco raffigurante l'Eruzione dell'Etna del 1669, opera del pittore Giacinto Platania. È presente un armadio da sagrestia del XVIII secolo.

Abside destra - Cappella di Sant'Agata

In fondo alla navata destra si apre la cappella più cara a tutti i catanesi, autentico scrigno di tesori d'arte. Un'elaborata cancellata in ferro battuto, opera di Salvatore Sciuto Patti del 1926, protegge il maestoso ambiente dedicato a Sant'Agata. In senso orario tre diverse espressioni artistiche (architettura, arte religiosa, statuaria funeraria), opere dell'artista messinese Antonello Freri, realizzate nel biennio 1495-96.

Portale sacello: portale d'accesso alla «Cammaredda» realizzato nel 1495. Monumentale manufatto marmoreo concepito in epoca rinascimentale con influssi di stile catalano - aragonese con rilievi indorati. L'architettura presenta fusti di colonne con decorazione a foglie d'acanto, i rispettivi capitelli reggono mensole sulle quali poggia e si articola un elaborato architrave aggettante ornato da fregio con cherubini alati. Il vano sottostante, caratterizzato dalla volta a cassettoni, ospita il varco d'accesso al sacello protetto da una fitta cancellata sormontata da una raffigurazione della martire sorretta da putti e angeli. Nell'ordine superiore un'edicola fiancheggiata da vasi con fiori stilizzati, racchiude la nicchia contenente la statua della Santa a tutto tondo. Chiude la complessa composizione un lunettone raffigurante Dio Padre benedicente. Sulla parete sinistra appena dietro l'inferriata, coperta da una immagine del busto - reliquiario, è murata la lapide commemorativa l'eruzione dell'Etna del 1669. Completano l'arredo una serie di lampade votive, fra le quali, quella voluta dal viceré di Sicilia Francisco Fernández de La Cueva, duca di Alburquerque.

'A Cammaredda: locale realizzato chiudendo il passaggio interno per l'ingresso dei canonici nel coro. Il vano custodisce le reliquie.

Busto - reliquiario: opera dell'artista senese Giovanni di Bartolo eseguito a Limoges negli anni a cavallo il 1373 e il 1376.

Scrigno: grande cassa d'argento sbalzato e cesellato, capolavoro dell'oreficeria tardogotica europea di argentieri catanesi fra i quali si annovera Vincenzo Archifel e il figlio Antonio, Paolo Guarna, realizzato nel XV - XVI secolo, all'interno sono riposte le teche contenenti le diverse parti del corpo della Santa. Lo scrigno custodisce anche il famoso velo indossato da Agata.

Retablo: Altare di Sant'Agata. L'elevazione marmorea su più ordini, presenta sotto la mensa un bassorilievo raffigurante Sant'Agata realizzato all'interno di una corona fitomorfe sorretta da angeli, ai lati le scene di martirio subiti: l'Asportazione della mammella e il Supplizio dei carboni ardenti. Alle estremità, retti da puttini, sono presenti lo stemma papale con triregno e le insegne cardinalizie con galero e fioccature di nappe. Il tabernacolo è chiuso da sportello argenteo raffigurante l'Agnus Dei delimitato da pannelli con angeli adoranti, fanno corona scene che descrivono il rientro delle sacre spoglie da Costantinopoli. Sulla fascia superiore in sei differenti scomparti, altrettanti angeli presentano i simboli della Passione di Cristo. Il trittico centrale dell'elevazione, ripartito in nicchie, presenta nello scomparto mediano la mandorla riproducente Gesù incorona Sant'Agata presentata dalla Vergine Maria fra putti festanti, ai lati gli apostoli San Pietro e San Paolo. Sulle mensole delle colonnine gli evangelisti Luca, Giovanni, Marco, Matteo, statuette con simbolo allegorico a tutto tondo collocate con sfondo, il cornicione sommitale, ove si alternano agli stemmi della città di Catania e della regnante Casa d'Aragona. Completano la decorazione delle pareti due affreschi seicenteschi che rappresentano Santa Lucia in preghiera sulla tomba della martire catanese e la Vergine Digna incoraggiata al martirio da Sant'Agata corredati da estesi cartigli esplicativi. Nella calotta absidale sovrasta la monofora, la replica dell'Incoronazione di Sant'Agata, opera di Giovanni Battista Corradini del 1628.

Sepolcro De Acuña: monumento funebre. Sepoltura di Fernando de Acuña y de Herrera, conte di Buendía † 2 dicembre 1494. L'opera fu voluta da Donna Maria d'Avila, per ricordare il marito grande devoto della martire Agata, scomparso prematuramente. Due alti plinti fanno da base alle colonne sostenute da due leoncini recanti gli stemmi gentilizi dei De Acuña e degli Avila. I fusti presentano una decorazione a foglie d'acanto, le lesene parietali motivi a candelabra, il vano della parete è occupato da un drappo a baldacchino sorretto da putti con le insegne di Casa d'Aragona e il cristogramma su raggiera. Sull'architrave dell'elevazione sono rappresentati a bassorilievo il Cristo e gli Apostoli, la volta dell'ambiente presenta la decorazione a cassettoni, chiude come coronamento una ghirlanda sorretta da angeli sulla quale è scolpito un monogramma, sormonta lo scudo sommitale una statuetta allegoria della Giustizia. La scultura mostra il viceré vestito di armatura, in ginocchio orante dinanzi ad un leggio drappeggiato di stoffe, su cui sta aperto il libro delle preghiere, adiacente a lui è un paggio col grande scudo che gli ricopre quasi tutta la persona. Un'iscrizione recita: "HOC OPUS ET SEPVLCRVM ILLVDHIVSTRIS DONNI - FERDINANDI DEACVNA PRO REGIS SICILIE MANDAVIT - FIERI EIVS CHARISSIMA VXOR DONA MARIA DE AVILA - ANNO DOM. M. CCCCLXXXXV", e la dicitura autografa "OPVS ANTONI DEFRERI MESSENESIS".

Ai lati dell'altare i monumenti settecenteschi del cardinale Camillo Astalli-Pamphilj e del vescovo Andrea Riggio.

Abside - Altare maggiore

Oltre la crociera, la navata centrale termina con una profonda abside normanna, coperta con volta a botte ogivale e terminante con una parete semicircolare. Mentre esternamente essa presenta ancora l'antico paramento murario in pietra lavica dell'Etna, all'interno è decorata da un ciclo di affreschi opera del pittore romano Giovanni Battista Corradini commissionati da Innocenzo Massimo e risalenti al 1628; l'opera è incentrata sui santi patroni della città di Catania, nei quadroni del catino absidale San Berillo, Sant'Euplio, Santo Stefano protomartire (raffigurato con Ponziano, Fabiano e Cornelio) e Sant'Agata, la cui "Incoronazione" è raffigurata al centro della calotta absidale. Testimonianze dell'epoca normanna sono le due colonne che sorreggono l'arco absidale e la monofora ogivale, chiusa da una vetrata moderna e posta in posizione centrale.

All'interno dell'abside trova luogo la cripta normanna sotterranea e il presbiterio, preceduto da una rampa di scale che lo delimita sulla parte anteriore; esso ospita, in posizione avanzata, i moderni altare maggiore e ambone, realizzati nel 2000; l'antico altare neoclassico in marmi policromi si trova nella Cappella della Madonna del Rosario con accesso nel transetto di destra. Lungo le pareti dell'abside, invece, si trova il pregevole coro ligneo barocco, realizzato dallo scultore napoletano Scipione di Guido alla fine del XVI secolo, comprendente anche la cattedra all'estremità destra, il cui ordine superiore è costituito da 34 stalli. Negli stalli in bassorilievo sono riprodotte scene raffiguranti la vita, il martirio di Sant'Agata e i momenti della traslazione delle reliquie da Costantinopoli a Catania. Opera commissionata dal vescovo Giovanni Corrionero e perfezionata da Giandomenico Rebiba.

L'attuale altare in bronzo "versus populum" commissionato dal vescovo Luigi Bommarito allo scultore Dino Cunsolo insieme all'ambone e al porta cero pasquale, sostituisce il primitivo altare collocato attualmente nella "Cappella della Vergine" del transetto destro.

Abside sinistra - Cappella del Santissimo Sacramento

Cappella privata della nobile famiglia Gravina – Cruyllas, le lapidi alle pareti e sul pavimento ai piedi dell'altare indicano la sepoltura di alcuni suoi componenti. Già primitiva Cappella di San Benedetto con interventi operati da Bonaventura Secusio.

Organo a canne

La controfacciata della navata centrale è caratterizzata dalla presenza di una cantoria in stile neoclassico, realizzata nel 1926, su progetto di Carmelo Sciuto Patti, la quale ospita un organo monumentale. Quest'ultimo venne commissionato dal cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet, all'organaro francese Nicolas Théodore Jaquot, nel 1877, e, una volta terminato, lo strumento venne posizionato nell'abside centrale, alle spalle dell'altare maggiore. Nel 1926, in seguito alla riorganizzazione dell'area absidale, venne costruita la già citata cantoria, nella controfacciata, e su di essa venne trasferito l'organo a spese del cardinale Francica Nava; in tale occasione, lo strumento venne ampliato dalla ditta organaria Laudani e Giudici e dallo scultore Giambattista Sangiorgio. Inutilizzabile per decenni, nel 2012 è iniziato un importante intervento di restauro ad opera della ditta organaria Mascioni, terminato nel 2014.

Lo strumento è a trasmissione meccanica con sistema elettronico di assistenza per le combinazioni, la sua consolle dispone di 2 tastiere di 58 note ciascuna e una pedaliera di 30 note.

Monastero benedettino

Il monastero dell'Ordine Benedettino fu edificato tra il muro meridionale del tempio e la cinta muraria, in seguito all'insediamento dell'abate Ansgerio, primo vescovo della reinsediata diocesi. Nel 1338, il vescovo Simone del Pozzo, finanziò le spese per l'espansione e l'attrezzaggio del porto appena fuori Porta della Marina, in seguito rinominata Porta Uzeda. Nel 1375, il vescovo Marziale, riparò il peristilio e fece restaurare il monastero.

Nel XVI secolo il monastero cessa dignità ed ai monaci subentrano i canonici, il capitolo e i cappellani del clero secolare.

Nel 1614 il Palazzo del Seminario dei Chierici, patrocinato dall'arcivescovo Bonaventura Secusio, è documentato come posto dinanzi alla Loggia Senatoria. In seguito al terremoto del 1693 furono riedificati il battistero, il seminario dei Chierici, perfezionato nella forma attuale, e il palazzo vescovile.

Palazzo vescovile

L'edificio con ingresso su via Vittorio Emanuele II dietro le absidi della cattedrale, presenta 2 prospetti, uno lungo, sulla marina, e uno breve, su via Porticello.

Realizzato insieme alla cattedrale, nell'XI secolo, fu ingrandito nel XVI secolo con la realizzazione dei bastioni a difesa della marina. Nel XVIII secolo, con la ricostruzione post-terremoto - su disegno dell'acese Salvatore Amico -, si divise in Vescovado, sede del recente Museo dell'Arcivescovado, Casa del Fercolo e Porta Uzeda, che raccorda le due ali del Palazzo del Seminario dei Chierici.

Palazzo del Seminario dei Chierici

L'istituzione risale al 1572, mentre, il trasferimento nella attuale sede, al 1614. Il Palazzo del Seminario dei Chierici, ricostruito nel XVIII secolo dopo il terremoto, ad oggi è sede del Museo diocesano di Catania.

Loggia Senatoria

Il Palazzo Senatorio o Loggia Senatoria o Loggia Medievale, ad oggi porta il nome di Palazzo degli Elefanti, e costituisce il municipio della città.

Il primitivo edificio del sacro recinto è da identificare col termine di cattedrale, quando quest'ultimo è utilizzato per indicare la sede delle assise o sessioni itineranti del Parlamento siciliano.

Cimitero dei monaci

Il cimitero dei monaci è documentato ad est, posto dietro le absidi della cattedrale. Nel XVIII secolo, il vescovo Corrado Moncada, perfezionò la galleria in marmo del cimitero.

Cultura
Leggende

Quando nel 1232 la città di Catania aderì ad una rivolta anti-sveva, che aveva unito diverse città siciliane, Federico II di Svevia, re di Sicilia, venne appositamente con un poderoso esercito per punire la città rivoltosa. Secondo la tradizione, re Federico, infuriato, ordinò di distruggere la città e di uccidere tutti i suoi abitanti, ma revocò l'ordine e si pentì del suo intento quando, assistendo ad una messa in cattedrale, lesse la frase miracolosamente apparsa sul suo breviario "Noli offendere Patriam Agathae quia ultrix iniuriarum est".

Letteratura

Il poeta Mario Rapisardi ha dedicato la poesia Vespro d'autunno alla campana della cattedrale di Catania:

Feste religiose

3, 4, 5 febbraio, Festa di sant'Agata.

17 agosto, Festeggiamenti per l'anniversario del rientro delle spoglie da Costantinopoli.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Castello Ursino

Castello · Catania

Castello Ursino

Il castello Ursino (in siciliano casteḍḍu Ursinu) di Catania fu costruito dal re Federico II di Svevia nel XIII secolo. Il maniero ebbe una certa visibilità nel corso dei Vespri siciliani come sede del parlamento siciliano e, in seguito, come residenza dei re di Sicilia della dinastia aragonese, fra i quali Federico III. Oggi è sede del Museo Civico della città etnea, formato principalmente dalle collezioni della famiglia Biscari e del Monastero dei Benedettini.

== Storia ==

Leggi tutto su Castello Ursino (2.339 parole)
Prima del castello

Sul sito dove sorge l'edificio attuale è testimoniato uno dei nuclei più antichi dell'abitato catanese, risalente alla prima fase abitativa della polis greca di Katane. Sebbene in passato sia stata ipotizzata sul luogo la presenza di una torre di epoca normanna - la Torre di Don Lorenzo - non solo di essa non c'è traccia alcuna ma gli studiosi tendono a ritenere l'ipotesi di una preesistenza normanna sul sito del castello priva di fondamenti scientifici ed, eventualmente, di ricercarla in altro sito del centro storico cittadino. Gli studiosi ritengono che il castello sia il castrum menzionato nella lettera indirizzata da Federico II al suo architetto, Riccardo da Lentini, quando il cantiere doveva ancora avviarsi.

Medioevo

Il castello Ursino fu voluto da re Federico II di Svevia e la sua edificazione iniziò nel 1239. L'imperatore aveva pensato il maniero come parte di un più complesso sistema difensivo costiero della Sicilia orientale, che includeva, fra gli altri, anche il castello Maniace, a Siracusa, e quello di Augusta, e come residenza imperiale in città. Il progetto e la direzione dei lavori furono affidati all'architetto militare Riccardo da Lentini. Secondo il Correnti sarebbe stato costruito sulla costa per volontà di Federico II e il nome "Ursino" deriverebbe da Castrum Sinus, ovvero il "castello del golfo". Qualcuno, tuttavia, ritiene che in origine il castello non si trovasse sulla costa e la denominazione Ursino sarebbe legata all’omonima famiglia che, nel corso del XIII secolo, lo avrebbe occupato.

All'interno del castello avvennero alcuni dei momenti più importanti delle Guerre del Vespro. Nel 1295 vi si riunì il Parlamento siciliano, che dichiarò decaduto Giacomo II come re di Sicilia, ed elesse Federico III con il nuovo titolo indipendente di re di Trinacria.

Nel 1296 il castello fu preso dalle truppe francesi di Roberto d'Angiò ma espugnato dagli aragonesi nello stesso anno. Re Federico abitò il maniero a partire dal 1296, facendo di esso il centro della corte aragonese e così fecero anche i suoi successori Pietro II, Ludovico I, Federico IV e Maria. Inoltre, nel 1337, la Sala dei Parlamenti funse anche da camera ardente per la salma di re Federico III. Nel 1347, nella stessa sala, venne firmata la cosiddetta Pace di Catania fra Giovanni d’Aragona e Giovanna I d'Angiò, regina di Napoli, ponendo così fine alle guerre del Vespro.

Il castello Ursino fu dimora reale dei sovrani del casato degli Aragona di Sicilia (ramo parallelo siciliano del casato spagnolo) e ne ospitò tutti i re dal 1296 al 1415, quando ospitò la regina Bianca d'Evreux, di origine normanna, ereditaria del Regno di Navarra e sposa di Martino I.

Nei primi anni del XV secolo l'edificio risulta circondato dalla città e diverse casupole vi si addossano. Sarà re Martino I, nel 1405, a far eseguire lo sgombero dello spazio intorno al maniero per ricavare una piazza d’armi, demolendo, tra gli altri, il convento di San Domenico costruito nel 1313.

Il castello, dimora di Maria di Sicilia, fu teatro del rapimento della regina da parte di Guglielmo Raimondo Moncada, nella notte del 23 gennaio 1379, per evitare il matrimonio di quest’ultima con Gian Galeazzo Visconti.

Alfonso V riunì, il 25 maggio del 1416, nella sala dei Parlamenti del castello, i baroni e i prelati dell'isola per il giuramento di fedeltà al sovrano e fino al 30 agosto vi si svolsero gli ultimi atti della vita politica che videro Catania città capitale del regno di Sicilia. Nel 1434 lo stesso re Alfonso firmò nel castello l'atto con cui concedeva la fondazione dell'Università degli Studi di Catania.

Nel 1460 si riunirà nel castello il primo Parlamento del periodo aragonese-castigliano presieduto dal viceré Giovanni Lopes Ximenes de Urrea. Al suo interno morì, nel 1494, don Ferdinando de Acuña viceré di Sicilia, il quale verrà sepolto in Cattedrale, nella cappella di Sant'Agata.

Età Moderna

Dal XVI secolo, con l'introduzione della polvere da sparo, il castello vide sempre più indebolito il suo ruolo militare, diventando dimora del castellano e, temporaneamente del viceré, mentre parte di esso fu adibita a prigione.

Si deve a questo periodo, in particolare sotto la reggenza di Carlo V, una massiccia manipolazione dell'edificio atta a ricavarne una fortezza integrata con il sistema difensivo moderno: a difesa del castello vengono costruiti il Bastione di San Giorgio, sul lato sud, e il Bastione di Santa Croce, verso nord-est, mentre al suo interno vengono eseguite alcune modifiche nello stile proprio del periodo. L'11 marzo 1669, da una frattura sopra Nicolosi, ebbe inizio la più imponente eruzione dell'Etna di epoca storica che, dopo aver distrutto orti e casali dell’hinterland, giunse alle mura della città, che riuscì a superare da Nord-Ovest, nella zona del Monastero di San Nicolò l'Arena, per poi dirigersi verso il Bastione di San Giorgio. Il 16 aprile la lava arrivò attorno al castello e, pur non intaccandone le strutture, ne colmò il fossato, coprì i bastioni e spostò per alcune centinaia di metri anche la linea della costa.

Infine, il terremoto del 1693 provocò una serie di danni alle strutture e alcuni crolli, compromettendo definitivamente il ruolo militare del castello.

Restaurato all’inizio del XVIII secolo, continuò ad ospitare le guarnigioni militari, prima piemontesi (1714) e poi borboniche, assumendo anche il nome di Forte Ferdinandeo. Rimase tuttavia una prigione fino al 1838, quando il governo borbonico, riconoscendone il ruolo come fortilizio, vi apportò restauri e vi aggiunse nuove fabbriche che finirono con l'occultare sempre di più l'originaria struttura sveva.

In tale stato il maniero rimase fino agli anni 1930, quando fu oggetto di un radicale restauro, in vista della sua trasformazione in Museo civico .

Museo Civico

Acquisito nel 1932 dal comune e sottoposto a restauri, oggi il castello si trova in pieno centro storico e, dal 20 ottobre 1934, è adibito a Museo Civico di Catania. Nel mese di novembre del 2009 sono stati ultimati alcuni lavori di restauro. Conserva ed espone principalmente la collezione della famiglia Paternò Castello di Biscari e del Monastero dei Benedettini.

Architettura

La struttura è a pianta quadrata e ogni lato misura circa 50 m. I 4 angoli sono dotati di torrioni circolari con diametro poco superiore ai 10 m e altezza massima di 30, mentre le 2 torri mediane sopravvissute (in origine erano 4) hanno un diametro di circa 7 m. Le mura sono realizzate, tramite opus incertum, in pietra lavica e presentano uno spessore di 2.50 m. Originariamente il castello presentava, alla base, delle scarpate che lo slanciavano, dandogli un aspetto decisamente imponente. Esse sono visibili nel fossato del lato sud del castello grazie agli ultimi scavi effettuati. Il progetto originale probabilmente non prevedeva una merlatura, rara nei castelli federiciani, ma successive modifiche e ricostruzioni della parte sommitale di alcune torri, hanno probabilmente previsto l'inserimento di merlature. La pianta originale si basa sulla relazione tra quadrato e ottagono, con possibile riferimento alla cabala ebraica.

Nel corso dei secoli la struttura originale non ha subito cambiamenti notevoli. Trovandosi a breve distanza dalla principale via d'accesso a sud della città, la Porta della Decima, sita in località Muro Rotto, e circondato da ruderi di antica memoria (dal Bolano in poi, si identificavano a ovest la Naumachia e ad est il Ginnasio), si integrava con i quartieri meridionali della città, i quali si trovarono addossati all'edificio fino ad inizio del XV secolo. Nel 1405 infatti l’abitato che ormai lo soffocava, venne sventrato e il castello fu dotato, inizialmente di una piazza d'armi e poi di un fossato, venendo fortificato e circondato dalla cortina muraria cittadina lungo la quale, in prossimità del castello, si spingevano i 2 bastioni di San Giorgio e Santa Croce. Sul lato settentrionale, che è quello principale ed è ben conservato, era sita l'entrata principale del castello, difesa da un ponte levatoio e da mura, i cui resti sono ancora visibili nel fossato di fronte all'ingresso. Sempre nel lato settentrionale vi sono 4 finestre che originariamente non erano previste per renderlo meno vulnerabile agli attacchi nemici. Una base a scarpa venne poi realizzata per rafforzare la struttura del castello.

Il lato sud subi alcuni cambiamenti nel tempo, data la scomparsa della torre mediana e delle numerose finestre aperte nel tempo. Qui troviamo una porta secondaria detta "porta falsa" che, per mezzo di uno scivolo (che probabilmente era in legno e pietra), conduceva all'imbarcadero a mare, ricavato oltre il bastione. Le manipolazioni cinquecentesche e la colata lavica del 1669, purtroppo, non ci consentono di stabilire esattamente ove fossero previste eventuali estensioni di mura che raggiungessero il maniero: il lato sud del castello fino alla metà del XVI secolo doveva affacciarsi imponente, pur a una certa distanza, sul mar Jonio, dal quale era separato da una larga riva sabbiosa. La realizzazione del bastione di San Giorgio e della piattaforma di Santa Croce, resero più efficiente l'edificio per l'uso dei cannoni, fortificando il castello e rendendolo parte di un sistema difensivo ben più articolato che non in età medioevale. Il definitivo allontanamento dal mare e l'innalzamento del livello del terreno circostante al castello fu dovuto alla colata lavica del 1669 che lo cinse quasi totalmente e sommerse i bastioni. Il castello così, una volta dominante sul golfo, ne sembrò quasi appiattito al suolo.

Anche il lato est non presenta più la semi torre centrale, ma vi si trova una meravigliosa finestra di fattura rinascimentale con un pentalfa in pietra lavica. I moderni lavori di restauro hanno portato alla luce fino ad ora parte dei bastioni cinquecenteschi, una garitta perfettamente conservata e gli originari basamenti a scarpa che oggi restituiscono l'originaria maestosità alle torri angolari del castello.

L'ingresso, di fattura semplice, si trova nel prospetto nord ed ha sopra, in una nicchia, una scultura raffigurante un'aquila sveva, simbolo del potere di Federico II, che afferra una lepre, erroneamente scambiata talora per agnello. Come si evince dalle planimetrie cinque e secentesche, tale ingresso, nel XVI secolo, venne occultato da una torretta semicilindrica a baionetta aperta sul lato occidentale, di cui oggi resta solo il muro di fondazione.

Al suo interno si sviluppava la corte; ad oggi rimane un cortile con scala esterna in stile gotico, costruita in età rinascimentale. Attorno al cortile interno c'erano le 4 grandi sale fiancheggiate da sale minori, dalle quali si accedeva alle torri angolari. Ogni grande sala è divisa da 3 campate, coperte da volte a crociera costolonate, che si dipartono da semicolonne con capitelli ornati a foglie; tale fuga di crociere quadrate dona l'aspetto di "campate di un maestoso tempio gotico".

Dal piano inferiore al piano superiore si accedeva attraverso scale a chiocciola posizionate all'interno delle semitorri nord e sud. Funzionalmente il castello combinava sia la funzione di reggia (palatium) che quella di maniero (castrum).

L'aspetto complessivo del castello nel suo ambiente circostante è notevolmente cambiato nel tempo; era prossimo al mare nei lati sud ed est, probabilmente in una vasta area aperta ridottasi ad uso agricolo dopo il progressivo abbandono dei quartieri meridionali nel corso della tarda antichità. In seguito, forse nel corso del XIV secolo, durante l'espansione della Giudecca di Catania, la campagna su cui sorgeva venne occupata da fabbricati e conventi, tra cui quello di San Domenico eretto nel 1313. Dal 1405 intorno all'edificio fu ricavata un'ampia piazza d'armi.

Dopo la colata lavica del 1669 il castello si trovò allontanato dalla linea di costa di molte centinaia di metri e con il livello del terreno circostante più elevato di una decina di metri, così che la sua imponenza e la sua magnificenza vennero occultate per sempre.

I graffiti dei carcerati

Il lungo periodo durante il quale il castello fu adibito a carcere, tra il XVI ed il XIX secolo, comportò notevoli modifiche strutturali, poiché il maniero federiciano, nonostante la sua ampiezza, non aveva un numero sufficiente di locali che si prestassero ad essere usati come carceri. Così, le grandi sale del piano terra, furono suddivise da nuovi muri e solai, che crearono ambienti minori, in cui i prigionieri stavano come l'anime dannate nei cosiddetti dammusi, cioè celle piccole, oscure e infestate da topi, scorpioni e tarantole.

Una traccia di questa pagina della storia del castello, si trova nelle centinaia di graffiti che riempiono i muri e gli stipiti di porte e finestre di tutti gli ambienti del piano terra (ad eccezione di quelli sul lato nord) ed il cortile interno.

Disegni: si tratta di stemmi, ma anche di teste e volti generalmente disegnati di prospetto, talvolta con intento caricaturale. Fra le rappresentazioni figurate, quelle di maggiore interesse si trovano nel cortile. Si tratta di una torre merlata e di 4 imbarcazioni a 3 alberi, tipi di galeoni in voga fra XVI e XVII secolo, descritti con grande precisione. Molto frequenti anche i simboli di carattere religioso, in particolare la croce e gli strumenti della Passione, nella cui rappresentazione il carcerato ravvicinava la propria sofferenza a quella di Cristo. L'esempio più interessante si trova nel cortile, una grande croce con Nodi di Salomone ai vertici, con scala, spugna, tenaglie e martello.

Iscrizioni: spesso si tratta solo di un nome, una data (la più antica riporta il 1526) e la frase Vinni carceratu. Ma il repertorio è vastissimo e comprende riferimenti alla colpa attribuita al prigioniero, rispetto alla quale egli si dichiara innocente, vittima di complotti o tradimenti, e poi sentenze o riflessioni dettate dalla durezza della vita in carcere. Fra queste un tale Don Rocco Gangemi, che scrive: Miseru cui troppu ama e troppu cridi. Particolarmente interessanti, sul portale del lato sud del cortile, 2 lunghe frasi che mostrano dei precisi e puntuali riferimenti con la contemporanea produzione dei poeti Antonio Veneziano e Antonio Maura, ed una lapidaria incisione sul senso della vita: Mundus rota est. La lingua di queste iscrizioni è per lo più il siciliano, ma con uso anche del latino, dello spagnolo e di un misto di siciliano e latino.

Il Castello nella cultura di massa

Nel 198 le Poste Italiane dedicarono al Castello Ursino un francobollo da 40 lire, che fa parte della serie nota come "Castelli d’Italia".

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Teatro Massimo Vincenzo Bellini

Teatro d'opera · Catania

Teatro Massimo Vincenzo Bellini

Il Teatro Massimo Vincenzo Bellini è il teatro dell'opera di Catania.

Il teatro dispone di un'orchestra di 105 elementi e di un coro di 84 elementi.

Leggi tutto su Teatro Massimo Vincenzo Bellini (945 parole)

Il tenore Beniamino Gigli la proclamò la migliore sala di teatro al mondo per l'acustica.

Storia

Nel 1870 fu affidato, all'architetto Andrea Scala, il compito di trovare un sito idoneo per costruire un nuovo Politeama, dopo aver esaminato le varie opzioni si decise per l'area di Piazza Cutelli. Nonostante le incertezze finanziarie, venne approvato il progetto dello Scala che, con l'assistenza dell'architetto milanese Carlo Sada, portava avanti i lavori finanziati dal gruppo di azionisti della Società Anonima del Politeama. Nel 1880 la società finì presto in liquidazione e fu sostituita dal Comune di Catania, che decise di modificare la struttura a teatro lirico, imponendo variazioni al progetto. I lavori iniziarono nel 1883 ed in 7 anni furono terminati. Mancando i fondi per affidarlo ad un impresario si dovette aspettare il 31 maggio 1890 per l'inaugurazione, avvenuta con l'opera Norma del compositore catanese Vincenzo Bellini.

Lo stile del teatro catanese si ispira all'eclettismo francese del Secondo impero, imposto a Parigi da Charles Garnier con l'Opéra di Parigi. Il prospetto del Teatro Bellini è carico di ornamenti e allegorie; molto elegante il portico d'ingresso per le carrozze, chiuso da cancellate in ferro.

La sala a 4 ordini di palchi oltre il loggione, è di grande ricchezza decorativa ed è una delle più belle tra quelle costruite nel XIX secolo in Italia.

Il soffitto fu affrescato dal pittore Ernesto Bellandi con l'apoteosi di Bellini e le allegorie delle sue maggiori opere: Norma, La sonnambula, I puritani e Il pirata. Il sipario storico, illustrante la Vittoria dei catanesi sui libici, è del pittore catanese Giuseppe Sciuti. Nel ridotto, molto ampio ed elegante tutto marmi e stucchi, notevole è la statua in bronzo di Vincenzo Bellini, opera di Salvo Giordano.

Opere messe in atto, di nota, furono: nel 1931 la messa in scena di L'amico Fritz di Mascagni, con Ines Alfani-Tellini; nel 1933 una edizione de La traviata di Verdi, con Mercedes Capsir e Lina Pagliughi; nel 1934 la Carmen di Bizet, con Gianna Pederzini; nel 1935 di Norma, con Gina Cigna, in occasione delle celebrazioni per il centenario dalla morte del cigno catanese, Vincenzo Bellini; Nel 1941 Don Pasquale di Donizetti, con Toti Dal Monte, e la Bohème di Puccini, con Mario Del Monaco.

Successivamente, gli eventi bellici imposero la chiusura del teatro fino al 1944, quando avvenne la ripresa delle rappresentazioni.

Nel 1950 faceva la sua apparizione Maria Callas in Norma, opera con la quale tornerà anche nel 1951. Sempre nel 1951 la Callas fu anche applauditissima interprete di un altro dei capolavori belliniani, I puritani. Nel 1952 vi canterà il ruolo di Violetta Valery ne La traviata di Verdi e nel 1953 il ruolo del titolo nella Lucia di Lammermoor di Donizetti.

Nel 1955 il teatro ospitò, per l'inaugurazione della stagione, il neoeletto Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi e per l'occasione fu portato in scena I puritani, con il soprano Virginia Zeani nel ruolo di Elvira. Di quel periodo si ricordano: nel 1959 I dialoghi delle Carmelitane di Poulenc, che lo stesso autore definì come la migliore messa in scena della sua opera; nel 1960 Giovanna d'Arco al rogo di Honegger, con Vittorio Gassman come attore e regista ed Olga Villi (la rappresentazione fu ripresa dalla RAI e trasmessa in TV), ed Il cavaliere della rosa di Strauss, con le scene di Nunzio Sciavarrello.

Nel 1966 la gestione del "Bellini" veniva presa dal Comune di Catania, che debuttava in questo ruolo con una stagione che vedeva la belliniana Beatrice di Tenda diretta da Vittorio Gui, con Raina Kabaivanska (già protagonista l'anno precedente al suo debutto nel ruolo di Imogene ne Il pirata di Bellini) nel ruolo del titolo e Giuseppe Taddei nel ruolo di Filippo Maria Visconti.

Il 17 gennaio 1970 la stagione lirica venne inaugurata dalla prima esecuzione a Catania del Mosè in Egitto di Rossini, diretta da Gianandrea Gavazzeni, con un cast che vedeva Rita Orlandi Malaspina nel ruolo di Anaide, Biancamaria Casoni in quello di Sinaide, David Ward in quello di Mosè e la regia di Enrico Frigerio.

Il 27 gennaio 1972 lo stesso Gavazzeni diresse una storica edizione de I puritani di Bellini, con Alfredo Kraus (Arturo), Adriana Maliponte (Elvira), Piero Cappuccilli (Riccardo) e Ruggero Raimondi (Giorgio), con la regia di Attilio Colonnello.

Il 30 marzo 1976 viene proposta, nella prima edizione del secolo, la Zaira di Bellini nella ricostruzione di Rubino Profeta, con Renata Scotto nel ruolo del titolo, Maria Luisa Nave in quello di Nerestano, Luigi Roni nel ruolo di Orosmane e Giorgio Casellato Lamberti in quello di Corasmino. L'allestimento fu curato da Attilio Colonnello per regia, scene e costumi.

Nel 1979 si segnalano prima l'Anna Bolena di Donizetti, con Katia Ricciarelli nel ruolo del titolo al suo debutto catanese ed il Macbeth di Verdi, con Olivia Stapp (Lady Macbeth), Kostas Paskalis (Macbeth), Carlo Cava (Banco) e Gianni Raimondi (Macduff) nell'allestimento, con regia e scene di Franco Enriquez.

Il 7 aprile 1981 si tenne la prima esecuzione assoluta di Kean di Zafred, con Nicola Tagger nel ruolo protagonista, diretto dal M° Pierluigi Urbani nell'allestimento e con la regia di Lilian Zafred.

Nel 1986 il Teatro Massimo Bellini diventa, con legge della Regione Siciliana, Ente Autonomo Regionale.

Nel 1997 si tiene la prima assoluta di Rinaldo & C. di Corghi, con Valentina Valente (Almirena), Carmela Remigio (Armida) e Federica Bragaglia.

Nel 2002 la Regione Siciliana dà il via alla trasformazione dell'Ente Autonomo Regionale Teatro Massimo Bellini in Fondazione. Nel 2007 l'Assemblea Regionale Siciliana ha riportato con apposita legge il teatro ad Ente Autonomo Regionale.

Nel 2024 nasce l'associazione "Catania per il Bellini".

Galleria d'immagini
Dirigenza attuale

Sovrintendente

Giovanni Cultrera di Montesano

Direttore Artistico

Fabrizio Maria Carminati

Direttore Principale Ospite

Eckehard Stier (dal 2023)

Consiglio di Amministrazione

Enrico Trantino (Sindaco di Catania) - Presidente

Daniela Lo Cascio (Membro)

Antonio d'Amico (Membro)

Informazioni pratiche

Telefono
+39 095 7306111
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.teatromassimobellini.it

La voce completa su Wikipedia

Basilica Maria Santissima dell'Elemosina

Chiesa · Catania

Basilica Maria Santissima dell'Elemosina

L'Antichissima Regia ed Insigne Basilica Collegiata di Maria Santissima dell'Elemosina, meglio conosciuta come Basilica della Collegiata, è una chiesa tardo-barocca di Catania, posta lungo il lato ovest della via Etnea, nell'omonimo quartiere Basilica Collegiata: essa è situata poco più a nord del Palazzo dell'Università, il quale si affaccia sulla piazza omonima.

== Storia ==

Leggi tutto su Basilica Maria Santissima dell'Elemosina (2.209 parole)
La fondazione

La chiesa sorge su un antico tempio pagano dedicato a Proserpina. Nei primi secoli cristiani si costruì nel sito una piccola chiesa dedicata alla Vergine Maria che in epoca bizantina era dedicata al culto della Madonna dell'Elemosina.

La Leggenda tramanda che da principio una immagine di Madonna situata in un angolo di strada era esposta alla pubblica venerazione. Taluni spinti da pietoso fervore, volendo situare la sacra immagine in un luogo più degno, le alzarono per mezzo di questuazione una chiesetta che poco a poco ingrandita occuperà il primo rango dopo la Cattedrale.

Nel 1198 il tempio fu teatro della congiura denominata della Domenica delle Palme, cospirazione volta contro il vescovo Ruggero.

La Regia Cappella e la contesa con la Cattedrale

Nel periodo in cui Catania fu sede della corte reale siciliana, i re di Sicilia dimoravano al Castello Ursino e avevano eletto a loro cappella privata la chiesa in questione; conferendole nel 1396 tutti i privilegi, i diritti e le onorificenze della Cappella Palatina di Palermo; la chiesa assumeva quindi il titolo di "Regia Cappella" che ancora oggi, in forma epigrafica, torreggia nel prospetto della chiesa.

Con bolla del 1446, Eugenio IV, accogliendo le sollecitazioni di re Alfonso I, le riconosce il ruolo di chiesa parrocchiale, e la erige in Collegiata con capitolo composto da un preposto, diciotto canonici, quattro dignità e venti mansionari. Seguono, infatti, a breve scadenza ulteriori provvedimenti in forza dei quali laute prebende vengono assegnate alla Regia Cappella che viene parimenti «decorata al maggiore incremento del culto del titolo, e delle insegne capitolari» con bolla del 13 luglio 1448 di Niccolò V.

Il Re la fa eseguire dai suoi ufficiali, immettendo d'imperio i canonici della Collegiata nel possesso delle rispettive chiese sacramentali e dei relativi benefici, con ciò stesso segnando la prima frattura fra il Capitolo della Cattedrale e la sua chiesa prediletta. Il distretto della Collegiata era infatti vastissimo, comprendendo infatti numerose chiese tra Misterbianco, Mascalucia, Valverde, Tremestieri, Mompilieri ed Aci Catena.

Di pari passo aumentano, nell'altra parte, sospetti, malumori, risentimenti. E mentre nel palazzo vescovile ci si chiede, non senza irritazione, se sia arrivata l'ora dello smembramento della Chiesa di Sant'Agata, e se il vescovo debba considerarsi oramai titolare di una parte soltanto della diocesi, sopraggiunge un rescritto reale. Chiaro e inequivocabile, esso conferma i timori del vescovo: «La chiesa di Santa Maria dell'Elemosina e il distretto che le compete formano una quasi-diocesi riservata alla regal corona […] per cui codesto vescovo non ci si deve in conto alcuno ingerire, anzi ne deve restare immediatamente escluso». La chiesa infatti apparteneva alla Cappellania Maggiore del Regno di Sicilia, una sorta di ordinariato personale del sovrano siciliano in forza dell'Apostolica Legazia.

Ce n'era abbastanza per far precipitare gli eventi. Infatti, le ostilità fra le due chiese scoppiarono apertamente di lì a poco, e si trascinarono con ostinata determinazione nei secoli successivi.

Le prime scaramucce si ebbero nel 1514 sul terreno protocollare: era invalsa l'abitudine, in quel tempo, che il vescovo di nuova nomina, durante la presa di possesso, si accompagnasse a due canonici, uno della Collegiata, l'altro della Cattedrale, i quali, a turno, gli reggessero il bastone pastorale. «Or dovendo il vescovo Gaspare Pau, successore di Ramirez, fare il suo primo ingresso a Catania partendosi dal cenobio di Santa Maria di Nuovaluce, quelli della Cattedrale pretendevano che il vescovo non permettesse questo onore ai canonici della Collegiata, riserbandolo solamente ad essi». Ne nacque una disputa che indusse il vescovo a escludere dalla cerimonia entrambi i pretendenti, con disappunto dei numerosi fedeli che vi partecipavano.

Nel 1669, il vescovo Bonadies vietò ai capitolari della Collegiata l'uso di alcune insegne canonicali di cui si erano finallora fregiati per concessione di Eugenio IV. Portata la materia del contendere innanzi al Tribunale Apostolico, fu sentenziato a favore del vescovo. Inoltre, qualche tempo dopo, Il Capitolo della Collegiata vide pioversi da Roma un rescritto papale in forza del quale veniva ridotto a 12 il numero dei canonici.

La difficile ricostruzione

Arrivò l'11 gennaio del 1693: la Collegiata fu rasa al suolo dal violentissimo terremoto insieme a gran parte della città. I canonici si adoperarono fin da subito nella ricostruzione mettendo da parte la storica rivalità.

Con la ricostruzione della città pianificata da un architetto e ingegnere militare tedesco, Carlos de Grunenbergh, e coordinata da Giuseppe Lanza, duca di Camastra; l'allargamento delle principali arterie cittadine con tracciato rettilineo e reticolo ortogonale tra loro, suggerì il ribaltamento dell'asse della chiesa, fino ad allora con facciata a ponente, affinché la nuova costruzione prospettasse sulla più importante direttrice cittadina. La strada che dal mare attraverso Piazza del Duomo conduceva alla piazza del Mercato fronteggiando la collegiata era denominata Strada della Luminaria, attuale via Etnea. Nel troncone verso settentrione assumeva il nome di Strada Nuova.

A partire dal 1697, data di inizio dei lavori, i canonici della Collegiata inciamparono nei primi intoppi: con gli architetti per divergenze di vedute sugli elaborati tecnici della fabbrica, con i capimastri sull'andamento dei lavori, con le maestranze per questioni di compensi, persino coi ladri che li derubarono del materiale edilizio depositato nel cantiere. Infine, coi limitrofi che contestarono loro area e spazi vitali.

Il più irriducibile fra questi fu don Michelangelo Paternò Castello, barone della Sigona, il quale, credendo d'essere stato leso nel diritto di proprietà, si oppose contro la costruzione del campanile, in quanto, sosteneva a spada tratta il barone, «Il suono delle campane turba la quiete domestica». L'altra parte ribatté che la chiesa sorgeva nella stessa area di prima, avendosi solo mutata la posizione del prospetto centrale, mutato essendo il tracciato della principale strada su cui s'affaccia la chiesa. Il campanile, in particolare, sarebbe stato elevato nello stesso punto di prima, e le campane, uscite indenni dal terremoto, erano e sarebbero state quelle di prima.

La contesa, però, venne posta in essere, malgrado il diverso avviso dei canonici, e sarà formalizzata dinanzi al Tribunale del Real Patrimonio; ne scaturirà una sentenza che dichiarò soccombente l'attore: «Il signor barone della Sigona, avendo impedito di mettersi le campane, sotto il vano pretesto di dare servitù alla sua principesca casa collaterale col detto campanile e chiesa, n'ebbe la contraria sentenza dal magistrato della città....». Ma il barone, pertinace, ricorse in appello alla Real Gran Corte Civile, e anche qui intoppò nel secondo scacco. Ma don Michelangelo, che raramente si dava per vinto, appellò la sentenza presso la Santa Sede e, grazie all'appoggio di alcuni influenti amici di Roma, ottenne come primo provvedimento la sospensione dei lavori nel loro complesso (non solamente quelli relativi alla costruzione del campanile), giungendo infine l'ordine di demolizione dell'intera fabbrica. Solo la morte dell'astioso vicino, sopraggiunta nel 1769, avrebbe fatto rientrare la crisi.

Archiviata la contesa coi vicini, prese le redini della fabbrica l'architetto polacco Stefano Ittar: rapidamente rifece la facciata, dando definitiva collocazione alla torre campanaria. L'altare maggiore fu riconsacrato il 29 maggio 1794 dal vescovo Corrado Maria Deodato Moncada.

Lo scandalo del 1801

Già nel 1747 riesplode più dura che mai l'offensiva della Antichissima Cattedrale contro alle novelle pretenzioni della moderna Collegiata (Giacomo de Antoniis, Napoli, 1750). Fanno immediato riscontro le Ragioni del Rev.mo Capitolo dell'antichissima Regia ed insigne Collegiata contro il Capitolo della Cattedrale (S. Pellegrino). È una lotta sostenuta da scritti roventi, i cui titoli, soli, tradiscono il livore che li brucia e ne lasciano facilmente intuire gli aspri contenuti (si consideri l'aggettivo "antichissima" in contrapposizione al "moderna" nel titolo di sopra, cui fa riscontro una bordata di contrapposti aggettivi della parte avversaria).

L'oggetto del contendere è l'uso di alcuni paramenti liturgici e non, tra i quali la mozzetta e il rocchetto. I canonici della Cattedrale presero a contestare a quelli della Collegiata il diritto a fregiarsi delle dette insegne, e la controversia si trascinò per oltre mezzo secolo, degenerando spesso in aspri litigi. Agli albori dell'Ottocento, un fatto di estrema gravità venne ad aggiungersi ai precedenti, esasperando gli animi e creando scandalo nella pubblica opinione.

Per la Pasqua del 1801, invitato dal vescovo Moncada, il canonico della Collegiata Antonino Mancini, si reca in Cattedrale a predicare il Quaresimale. E, naturalmente, veste le proprie insegne canonicali. Agli occhi sospettosi degli ospitanti, quelle insegne suonano come una smaccata provocazione. E dimenticando che il Mancini era stato invitato dal vescovo, i canonici della Cattedrale decidono di passare a vie di fatto: appena ascesi i primi gradini del pergamo, il malcapitato canonico viene afferrato per le spalle ed estromesso a viva forza, con l'aiuto di un gendarme appositamente chiamato.

Com'era da aspettarsi, la cosa ebbe un seguito. Gli offesi avanzarono ricorso al Re; Ferdinando III intervenne nella questione con un dispaccio al vescovo, in forza del quale gli veniva intimato di «mortificare» i canonici della Cattedrale responsabili dell'accaduto. Contestualmente, il Re «comanda che si tenga quattro o sei giorni carcerato il birro che fece l'intima», confermando ai canonici della Collegiata il privilegio di poter fare uso delle insegne ubique locorum, come loro concesso dalla bolla pontificia di Benedetto XIV.

Epoca contemporanea

Col mutar dei tempi, il declino della battagliera Collegiata si preannuncia prossimo e inesorabile. Nel 1870 si troverà davanti il Demanio del nuovo Stato che la conviene dinanzi al Tribunale Civile della città per privarla di quel poco che ancora le resta; nella fattispecie, un cespite di «596 lire annue e quattro salme d'orzo».

Esclusa da ogni prebenda, oppressa dai debiti, forse anche umiliata, l'antica Cappella dei Sovrani di Sicilia dovrà combattere l'ultima battaglia: quella per la sopravvivenza.

Nel 1886, per la prima volta dopo cinque secoli, Giuseppe Benedetto Dusmet, le porgerà una mano amica e l'aiuterà a vincere quella battaglia. Il Dusmet ottenne dal Papa Leone XIII una «assolutoria a tutti gli errori e a tutte le omissioni» commessi dalla Regia Cappella fino al 1886 oltre ad un certo aiuto finanziario che le permise di sopravvivere.

Nel febbraio 1946 Papa Pio XII elevò la chiesa alla dignità di basilica minore.

Descrizione

Il progetto è attribuito ad Angelo Italia (1628–1700), che ribaltò l'orientamento del nuovo edificio rispetto al precedente distrutto dal terremoto, in modo da farlo prospettare sulla Strada della Luminaria (chiamata poi via Uzeda ed ora via Etnea), prevista dal piano di ricostruzione.

La facciata, progettata dall'architetto polacco Stefano Ittar (1724–1790), è un magistrale esempio di tardo barocco internazionale.

Il resoconto di una visita di ricognizione documenta che nel tempio vi erano cinque cappelle con cinque quadri: uno raffigurante Santa Maria della Grazia, la Madonna della Presentazione ovvero la Candelora, Sant'Apollinare, Sant'Agata una volta Madonna Santissima delle Grazie ovvero San Leonardo, la Madonna Santissima dello Spasimo e degli Agonizzanti, quest'ultimo dipinto posto sull'altare maggiore.

Ha il prospetto di pietra calcare a due ordini. L'interno a tre navi. Il pavimento, gli altari, e le cancellate sono di marmo. Possono ammirarsi la macchina dell'abside minore a sud sostenuta da quattro colonne di verde antico, il quadro di Sant'Apollonia del Sozzi, la statua della Concezione ed il Crocifisso di marmo di buono scarpello.

Esterno

La facciata, di pietra calcare tramezzata con pietra giurgiulena a due ordini corinzio e composito, è su due ordini e nel primo ordine ha sei colonne in pietra calcarea, sormontate da una balaustra. Nel secondo ordine ai lati delle grandi volute a ricciolo di raccordo sono collocate le statue raffiguranti Sant'Agata e Santa Apollonia. La loggia centrale è delimitata da grandi nicchie ospitanti le statue di San Pietro e San Paolo.

La calotta della loggia è sormontata da balaustra e da una cella campanaria centrale decorata da aquila con stemma coronato, angeli musici, putti osannanti, sfere. Chiude la prospettiva una artistica croce in ferro battuto.

Si accede alla chiesa mediante una grande scalinata, sulla quale, a delimitare il sagrato, è posta una cancellata in ferro battuto.

Interno

L'interno è a pianta basilicale a tre navate ripartite da otto pilastri, e tre absidi, delle quali quella centrale è notevolmente allungata per la realizzazione del coro dei canonici, secondo per importanza solo a quello della cattedrale.

Nel 1896 Giuseppe Sciuti dipinse a fresco la volta e la cupola della chiesa con diversi episodi e personaggi biblici: Passaggio dalle tenebre alla luce, Madonna della Misericordia, Pellegrinaggio, Peccati capitali, Assunta, San Matteo, San Luca, San Giovanni, San Marco.

Navata destra

Prima campata: Cappella del Battistero. Fonte battesimale.

Seconda campata: Cappella di Santa Apollonia. Altare con dipinto raffigurante Santa Apollonia, opera di Olivio Sozzi.

Terza campata: Cappella di Sant'Euplio. Altare con dipinto raffigurante Sant'Euplio, opera di Olivio Sozzi.

Quarta campata: Cappella di Sant'Agata. Altare con dipinto raffigurante il Martirio di Sant'Agata, opera di Francesco Gramignani Arezzi.

Navata sinistra

Prima campata: Cappella di San Giovanni Nepomuceno.

Seconda campata: Cappella della Sacra Famiglia.

Terza campata: Cappella di San Francesco di Sales.

Quarta campata: Cappella del Santissimo Crocifisso.

Absidi

Absidiola destra: Cappella dell'Immacolata Concezione. Ambiente delititato da una balaustra in marmo, sull'altare è posta una statua marmorea dell'Immacolata Concezione.

Absidiola sinistra: Cappella del Santissimo Sacramento.

Nell'abside della navata centrale è posto l'altare maggiore con una icona della Madonna con Bambino, copia dell'icona bizantina della Madonna detta dell'Elemosina (della Misericordia) venerata nella basilica collegiata santuario di Biancavilla.

Dietro l'altare maggiore è posto un organo ligneo del XVIII secolo.

Lateralmente un coro ligneo con 36 stalli, e a lato due tele del pittore Giuseppe Sciuti: Frate Geremia davanti a Papa Eugenio IV e Madonna dell'Elemosina.

Organo
Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Chiesa di San Benedetto (Catania)

Chiesa · Catania

Chiesa di San Benedetto (Catania)

La chiesa di San Benedetto è una chiesa cattolica di Catania in via dei Crociferi, nel quartiere Terme della Rotonda, ed è dedicata a san Benedetto da Norcia.

È una delle quattro principali chiese-monastero barocche su questa strada; le altre sono San Francesco Borgia, San Giuliano e San Camillo.

Leggi tutto su Chiesa di San Benedetto (Catania) (796 parole)
Storia
Epoca aragonese

Un primo monastero femminile dell'Ordine benedettino sotto il titolo di «San Benedetto» è documentato fuori le mura. I fondatori Rugieri la Matina e Alemanna Lumello ne patrocinarono la costruzione nel 1334, istituzione accresciuta con le rendite del Vescovo Simone del Pozzo prima del 1394.

Nel XV secolo le religiose si trasferirono nel sito attuale edificato là dove sorgeva il tempio di Esculapio.

Epoca spagnola

Dopo il terremoto del Val di Noto del 1693 il complesso fu ricostruito tra il 1704 e il 1713. Insieme alle strutture monastiche annesse, segna scenograficamente l'ingresso vero e proprio di via Crociferi, strada alla quale si accede passando sotto l'Arco di San Benedetto che la tradizione vuole "costruito in una notte per imporre al senato catanese il congiungimento delle due parti del monastero".

L'edificio risulta parzialmente completato nel 1747 come attesta il millesimo sulla chiave della porta d'ingresso. Il perfezionamento avviene nel 1763 con i lavori del prospetto di Giovanni Battista Vaccarini e l'apparato pittorico e decorativo interno con la realizzazione degli affreschi, opere di Giovanni Tuccari.

Dopo la soppressione del 1866, in seguito all'emanazione delle leggi eversive, il cardinale Giuseppe Francica Nava di Bondifè, arcivescovo della città, chiamò dal Monastero della Santissima Trinità di Ronco di Ghiffa alcune monache benedettine. Sorse così il centro scolastico femminile, ciclo di studi dalla materna al liceo classico, ancora attivo, denominato "Istituto San Benedet[to".

Epoca contemporanea

Dopo i bombardamenti del 1943 che colpirono duramente l'edificio, riaffiorarono gli splendidi affreschi realizzati a cavallo del 1726 ed il 1729, coperti in buona parte alla fine del XVIII secolo, da spessi strati d'intonaco e imbiancature, opere immediatamente restaurate con il progetto coordinato da Armando Dillon.

Oggi la chiesa è affidata in custodia alle suore benedettine. La comunità monastica è unita all'Istituto di adorazione perpetua del Santissimo Sacramento.

Dall'aprile del 2013 l'aggregato monumentale è visitabile nell'ambito di un percorso guidato che comprende anche i resti di una domus romana ritrovata in occasione degli ultimi lavori di restauro, del parlatorio settecentesco del monastero di clausura e della Scalinata degli Angeli.

Descrizione

La struttura è celebre soprattutto per la scalinata dell'Angelo, uno scalone marmoreo di ingresso, adorno di statue raffiguranti alcuni angeli. La scalinata è cinta da una bellissima cancellata in ferro battuto. La porta d'ingresso è in legno e sulle formelle sono riportate scene della vita di san Benedetto. La chiesa fa parte del complesso conventuale delle suore benedettine che comprende anche la badia maggiore e la badia minore collegate da un ponte coperto che sovrappassa la via dei Crociferi.

Al suo interno, come da fotografia a lato, si trovano affreschi di Sebastiano Lo Monaco, di Giovanni Tuccari e di Matteo Desiderato.

La chiesa è ad una navata ed ha la volta completamente affrescata con scene della vita di san Benedetto.

Interno
Navata destra

Prima arcata. Dipinto raffigurante l'Immacolata Concezione, opera di Sebastiano Lo Monaco.

Seconda arcata. Passaggio, sull'arcata dimorano i resti di un affresco raffigurante il Martirio di San Placido.

Terza arcata. Dipinto raffigurante Re Totila si prostra dinanzi a San Benedetto, opera di Michele Rapisardi.

XVIII secolo, San Benedetto, olio su tela, opera di Guglielmo Borremans.

Navata sinistra

Prima arcata. Dipinto raffiguranteTobiolo e l'angelo, olio su tela, opera di Matteo Desiderato realizzata nel 1780.

Seconda arcata. Dipinto raffigurante il Martirio di Sant'Agata di autore sconosciuto, risalente al 1726.

Terza arcata: Altare del Santissimo Crocifisso. Sulla parete il Crocifisso attribuito a Giulio Gallo del 1685. Le figure del Calvario riprodotte sulla parete nel XVIII secolo furono ricoperte con impasto di mistura marmorea.

Altare maggiore

L'altare maggiore realizzato in marmi policromi con intarsi di pietre dure e diaspro siciliano, formelle in bronzo, lamine d'argento, inserti patinati in oro su cui troneggia la raggiera con al centro l'Agnello di Dio immolato posto sul libro sacro chiuso con i sette sigilli.

Le formelle argentee dell'altare, attribuito a Giovanni Petrosino del 1789, raffigurano l'Ultima Cena alternate a due medaglioni. Al centro la porticina argentea del tabernacolo raffigura Re Davide che suona la lira, il manufatto è sormontato da un elaborato tempietto coronato.

Monastero

Dopo il trasferimento delle comunità intra moenia si distinguevano:

Badia grande: fino al terremoto del Val di Noto del 1693 costituiva la sede principale dell'istituzione.

Badia piccola, ovvero il primitivo "Monastero di Santa Maddalena", oggi sede del Museo arte contemporanea Sicilia

La ricostruzione della fine del XVII secolo ha determinato l'inglobamento dell'odierna badia piccola, tramite la costruzione dell'arco nel 1704, manufatto che col passare del tempo è divenuto un simbolo della città, oltre che porta d'accesso all'intera via.

Tabulario del monastero di San Benedetto di Catania (1299 - 1633).

1775, Risorto Redentore raffigurato coi discepoli nel castello di Emmaus, quadrone, affresco realizzato nelle volte del refettorio da Giovanni Battista Piparo.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Monastero di San Nicolò l'Arena

Ex monastero · Catania

Monastero di San Nicolò l'Arena

Il Monastero di San Nicolò l'Arena (o "la Rena"; dove per rena si intende la rena rossa, termine che indica la sabbia vulcanica presente nel territorio) è un complesso ecclesiastico del centro storico di Catania, situato in piazza Dante, costituito da un importante edificio monastico benedettino e da una monumentale chiesa settecentesca.

Fu fondato da monaci provenienti dall'omonimo monastero situato nei pressi di Nicolosi che a metà del XVI secolo chiesero al senato cittadino l'autorizzazione a edificare entro le mura, poiché minacciati dalle eruzioni dell'Etna e dalla presenza di briganti.

Leggi tutto su Monastero di San Nicolò l'Arena (3.527 parole)

Data la superficie occupata, circa 210 × 130 m., è ritenuto per estensione il secondo monastero benedettino più grande d'Europa (secondo solo al Monastero di Mafra in Portogallo).

Il monastero fu dichiarato monumento nazionale con regio decreto del 15 agosto 1869. Nel 2002 viene inserito nell'elenco del patrimonio mondiale dell'UNESCO come "gioiello del tardo-barocco siciliano" facente parte all'itinerario del "tardo-barocco siciliano del Val di Noto" e nel 2008 la Regione Siciliana dichiara di “importante interesse artistico” il progetto guida riguardante la ristrutturazione del complesso dei Benedettini a Catania firmato da Giancarlo De Carlo.

Oggi è sede del DISUM - Dipartimento di Scienze Umanistiche dell'Università degli Studi di Catania.

Storia
L'Ordine Benedettino in Sicilia

Nel VI secolo, in epoca bizantina, Placido, discepolo di San Benedetto, è inviato a gestire i 12 poderi siciliani dell'Ordine Benedettino, donati dal padre di Placido, Tertullo. La prima istituzione benedettina documentata nel catanese è il monastero di San Vito, alle pendici dell'Etna, istituzione ripopolata con i religiosi provenienti dall'Abbazia benedettina di Sant'Eufemia, in Calabria.

Nel 1136 Enrico del Vasto, primo della stirpe degli Aleramici siciliani, dona il monastero Monastero di San Leone da Pannacchio, sito nel territorio di Malpasso, al casale di Paternò. Nel 1143, per volere del conte Simone di Policastro, figlio di Enrico, è fondato il monastero di Santa Maria di Licodia.

Il primo monastero

Nel 1150 una comunità di religiosi riceve in donazione, da Simone di Policastro, una piccola chiesa rurale, la chiesa di San Nicolò l'Arena, con annessi l'ospizio (xenodochio), i vigneti, i pascoli e le terre. La chiesa, grazie al suo ospizio, assunse, negli anni, anche la funzione di ricovero per i monaci infermi dei vicini monasteri di Santa Maria di Licodia e di San Leone. Nel 1156, per volere della contessa Adelasia del Vasto, la chiesa rurale venne trasformata nel Monastero di San Nicolò l'Arena, sito nella contrada di Ruvolo Grosso, pur non portando ancora tale nome. Nel XIV secolo, per volere di Federico III di Sicilia, il monastero venne riorganizzato e costituito come sede principale dei cenobi, prendendo la denominazione di "San Nicolò la Rena" per la devozione dei monaci a San Nicola di Bari e per la caratteristica terra sabbiosa che ricopriva la zona, la rena rossa, da arena che in latino indica la "sabbia". Attorno al monastero prese ben presto forma il paese di Nicolosi, che, probabilmente, prende il nome dal monastero.

Il cenobio negli anni si espanse, accumulando notevoli ricchezze e superando in importanza quello di Licodia (a testimonianza di ciò basti ricordare le numerose visite delle regine Eleonora d'Angiò, che morì nel monastero, e Bianca di Navarra, e il favore sempre avuto dai regnanti a partire da Federico III).

Nel 1358 i monaci di San Leone si aggregano ai monaci di San Nicolò l'Arena.

Nel 1483, i monasteri benedettini di San Placido Calonerò, San Nicolò l'Arena, Santa Maria Nuova e Santa Maria di Licodia, si costituirono in una congregazione, la «Congregazione dei Monaci di San Benedetto in Sicilia». Essa fu approvata da Papa Sisto IV e le furono concessi privilegi simili a quelli goduti dalla «Congregazione benedettina di Santa Giustina». Nel 1504, con l'annessione dell'abbazia di Montecassino, la Congregazione di Santa Giustina mutò nome in Congregazione cassinese. Nel 1506, all'interno di quest'ultima, confluì la congregazione sicula.

Tuttavia, le scorribande dei briganti che imperversavano nella zona, favorite dal relativo isolamento dei monasteri, unite al clima rigido dell'Etna, spinsero i monaci a richiedere, al Senato di Catania, in maniera insistente il trasferimento in città, la quale era più sicura e ben disposta ad accogliere una congregazione così ricca e importante, detentrice della reliquia del Santo Chiodo della Croce, molto venerata dai catanesi, che avrebbe aumentato notevolmente la ricchezza e il prestigio della città. Infine, l'eruzione del 1536-1537, che distrusse il monastero di San Leone, accelerò il processo, così, i 2 cenobi superstiti, quello di Nicolosi e quello di Santa Maria di Licodia, con i monaci di San Leone che vi si erano rifugiati, ottennero il permesso di trasferirsi dentro le mura della vicina città demaniale.

Fondazione del cenobio di Catania

I monaci benedettini, trasferitisi a Catania, ottennero il permesso di costruire la nuova sede del monastero entro le mura della città, nelle aree dette "della Cipriana" e "del Parco", passate in proprietà ai monaci nel 1553. Il 28 novembre 1558 iniziò la costruzione del cenobio alla presenza del viceré di Sicilia Juan de la Cerda, duca di Medinaceli, e, nel 1578, ancora incompleto, fu occupato dai monaci, e nello stesso anno venne costruita la contigua Chiesa di San Nicolò l'Arena. In tale periodo risulta documentato in cantiere l'architetto Giulio Lasso, anche se non risulta chiaro il suo ruolo progettuale. Nel corso del XVII secolo, con l'aumentare delle ricchezze a disposizione del cenobio, chiesa e monastero furono dotati di apparati sempre più fastosi, come il grande chiostro, che nel 1608 fu dotato di colonne di marmo bianco e ricchi ornamenti.

Nel 1669 la colata lavica della devastante eruzione dell'Etna raggiunse e accerchiò Catania, lambendo le mura del cenobio e lesionandolo, mentre una lingua di lava, staccandosi dalla principale, distrusse la Chiesa di San Nicolò. Fu allora che i benedettini diedero vita ad un'imponente opera di ristrutturazione e completamento del monastero (con l'aggiunta, fra l'altro, della monumentale fontana marmorea nel chiostro di ponente), e di ricostruzione della chiesa di San Nicolò, la quale fu iniziata nel 1687, su progetto dell'architetto romano Giovan Battista Contini.

L'11 gennaio 1693, il terremoto che colpì la Val di Noto, provocò il crollo del monastero benedettino e la morte della maggior parte dei monaci, lasciandone appena 3 in vita. Le strutture della chiesa, ancora in corso di costruzione, furono risparmiate, ma i lavori furono interrotti per circa 20 anni.

Il secolo d'oro

Inizialmente, i monaci superstiti, cercarono di trasferire il cenobio nella vicina località di Monte Vergine e lì cominciarono a costruire il nuovo monastero, ma, costretti dal senato cittadino, ritornarono in zona La Cipriana nel 1702 e lì cominciarono la ricostruzione sulle strutture superstiti. Il progetto fu affidato al messinese Andrea Amato, che ideò un impianto ancor più monumentale del precedente, in sintonia con le idee di ricchezza e grandiosità dei monaci stessi. L'impianto cinquecentesco originale fu ampliato ad est, con la costruzione di un secondo chiostro accanto al più antico, mentre altri 2 chiostri avrebbero dovuto chiudere simmetricamente il complesso, a nord, sull'altro fianco della chiesa.

Nei successivi 20 anni furono completati gli intagli in pietra dei prospetti principali, ma i lavori di costruzione, ampliamento e decorazione continuarono per tutto il XVIII secolo, prima con il chiostro dei marmi o "di ponente" - dove furono rimesse in opera le colonne e la fontana del XVII secolo -, poi con l'ampliamento a nord, ad opera, prima dell'architetto Francesco Battaglia (intorno al 1738) e poi di Giovanni Battista Vaccarini. Se al primo si deve l'avvio del prolungamento settentrionale, verso l'alto banco lavico dell'eruzione del 1669, al secondo spetta la rottura della originaria simmetria progettuale: le sale comuni e di rappresentanza del monastero occuparono infatti l'area del terzo chiostro, preludio al definitivo abbandono del grandioso progetto originale.

L'opera del Vaccarini fu completata dopo il 1747 da Battaglia, che si occupò anche di altre opere all'interno del complesso: il ponte verso la flora benedettina (ossia il giardino dei monaci, ricavato sul banco lavico ad est del complesso, e oggi occupato dall'Ospedale Vittorio Emanuele II), il Coro di Notte e la Chiesa di San Nicolò l'Arena (i cui lavori furono interrotti a causa di crolli e cedimenti strutturali, nel 1755). Nel 1767 nel presbiterio della chiesa veniva inaugurato il grande organo di Donato Del Piano, ma occorsero ancora molti anni prima che venisse voltata l'intera navata. Solo nel 1780 Stefano Ittar portò a termine la cupola, mentre la facciata, progettata da Carmelo Battaglia Santangelo, rimase incompiuta. Sempre Ittar si occupò della sistemazione spaziale del piano antistante la chiesa, l'attuale Piazza Dante Alighieri, progettando, nel 1769, la grande esedra con i 3 monumentali palazzi, non solo per questioni estetiche e religiose (la piazza era teatro di varie feste religiose, soprattutto la processione del Santo Chiodo), ma anche come avvio del necessario risanamento del quartiere circostante, il cosiddetto Antico Corso, fra i più poveri e malsani della città. A questo punto, gran parte del monastero e della chiesa erano già completati, e i monaci si dedicarono nei decenni successivi alla decorazione interna degli ambienti: dotare le cappelle di marmi pregiati e dipinti, e mettere insieme quelle grandi collezioni artistiche, archeologiche, librarie, naturalistiche e scientifiche che lo resero famoso in tutta Europa.

Dal XIX secolo ad oggi

Intorno al 1840 venivano affidati, all'ingegnere Mario Musumeci, i lavori di completamento dei chiostri, gli ultimi interventi architettonici di rilievo prima dell'incameramento al demanio dell'intero complesso, avvenuto nel 1866. Il monastero di San Nicolò l'Arena fu infatti interessato dalle leggi di soppressione delle corporazioni religiose e i monaci furono costretti a lasciare l'edificio: nel 1867 avvenne il passaggio dell'intero complesso dall'ultimo proprietario, l'abate Giuseppe Benedetto Dusmet, divenuto quello stesso anno arcivescovo di Catania, alle istituzioni cittadine.

Negli anni successivi, il grande complesso fu adibito a vari usi e frazionato in più parti. Ospitò caserme, scuole e istituti tecnici, per un certo periodo anche il Museo civico (poi trasferito al Castello Ursino), l'osservatorio astrofisico del professor Pietro Tacchini, nonché il laboratorio di geodinamica di Annibale Riccò, oggi sede del museo della fabbrica, ma soprattutto divenne sede della Biblioteca Civica di Catania, formatasi a partire da quella benedettina e, con i successivi ampliamenti, divenuta l'odierna istituzione delle Biblioteche riunite Civica e A. Ursino Recupero.

Danneggiato nel 1943, durante la Seconda guerra mondiale, dai bombardanti alleati, l'intero complesso monastico (esclusa la chiesa di San Nicolò che fu restituita ai Benedettini) fu infine ceduto, nel 1977, all'Università degli Studi di Catania, che avviò un vasto progetto di recupero e restauro, condotto, dal professore e architetto Giancarlo De Carlo, dal 1986 al 2004. Tale progetto ha reso possibile l'adeguamento dell'antico complesso monastico a sede delle Facoltà di Lettere e Filosofia e Lingue e Letterature Straniere, oggi accorpate nel Dipartimento di Scienze Umanistiche (DISUM) dell'ateneo.

Descrizione
La chiesa

La chiesa venne costruita su progetto dell'architetto romano Giovanni Battista Contini a partire dal 1687 e conserva - oltre a pregevoli pale di Bernardino Nocchi, Stefano Tofanelli, Vincenzo Camuccini, Mariano Rossi, Ferdinando Boudard - il grande organo barocco di Donato Del Piano e la lunga meridiana (40 metri) opera di Sartorius e Peters. L'immensa fabbrica, passata da Francesco Battaglia al genero Stefano Ittar, rimase incompiuta in facciata, sebbene ancora sia evidente l'intento di portare a Catania il linguaggio architettonico ecclesiale romano.

All'interno è presente il sacrario dei caduti della I e II guerra mondiale, voluto dal col. Pavone e curato dalle Guardie nobili e d'onore ai Sacrari di guerra di Catania. La chiesa a croce latina è considerata una tra le chiese più grandi della Sicilia ed è addirittura più grande della Cattedrale di Sant'Agata; all'esterno si presenta incompiuta con 4 coppie di colonne mozze e il prospetto incompleto. Nonostante i lavori fossero iniziati alla fine del XVII secolo, il progetto non era ancora stato portato a conclusione all'alba del 1866 quando la struttura venne confiscata a seguito dell'emanazione delle leggi dell'Eversione dell'asse ecclesiastico.

Il monastero

Gli edifici monastici di San Nicolò l'Arena occupano un'area enorme, che cinge su tre lati la grande chiesa, e che nonostante i cambiamenti subiti nell'ultimo secolo è ancora perfettamente riconoscibile. Il monastero appare infatti diviso dal resto della città, di cui costituiva l'estremità occidentale, da un alto muro di cinta su cui si aprono i due portali principali: il primo a nord, divenuto alla fine del XIX secolo imbocco di via Biblioteca, è situato in fondo alla via Gesualdo Clementi, continuazione della Via Antonino di San Giuliano, in origine chiamata Via Lanza, in onore di Giuseppe Lanza, duca di Camastra che l'aveva tracciata subito dopo il terremoto del 1693; il secondo, affacciato su piazza Dante, in corrispondenza dell'antico monastero cinquecentesco, di cui i monaci avevano cominciato la ricostruzione dopo il grande sisma.

Da questo secondo portale si accede all'enorme corte esterna che aveva più funzioni, principalmente di filtro tra il mondo esterno laico e quello religioso dell'edificio. Addossati al muro di cinta erano vari locali di servizio comprese le cavallerizze (scuderie), le stalle e le carretterie (rimesse per i veicoli).

Circondato da questo grande cortile sorge in tutta la sua imponenza il monastero vero e proprio, celebrato da Patrick Brydone, in viaggio in Sicilia nel 1773, che lo definì la Versailles siciliana. Esso presenta un basso piano terreno, con porte che si affacciano sul cortile, su cui poggiano i due piani principali. La costruzione del piano terreno, non appartenente alla tradizionale modalità costruttiva delle congregazioni religiose catanesi, fu dovuta alla volontà di allineare il secondo piano al livello del banco lavico del 1669, alto circa dodici metri, dove, nei progetti dell'ambizioso cenobio, dovevano sorgere le altre ali del palazzo. La soluzione, unita al filtro costituito dal muro di cinta che isolava il cenobio dalla città, comportò però anche numerosi accorgimenti, tanto funzionali quanto decorativi, che rendono ulteriormente originale nel panorama degli edifici religiosi catanesi quello benedettino di San Nicolò: il primo piano risultò infatti gerarchicamente simile al secondo, presentando anch'esso grandi balconi alle finestre e una maggiore apertura verso l'esterno tutt'altro che monastica.

Le due facciate meridionale e orientale dispiegano nelle loro superfici tutto il repertorio tardobarocco dei maestri lapicidi accorsi a Catania da tutta la Sicilia per prender parte alla ricostruzione. Un'infinita serie di volute, fiori, frutti, mascheroni mostruosi, putti, e ninfe che adornano le mostre delle finestre e i balconi mentre le paraste giganti, bugnate a punta di diamante e coronate da capitelli corinzi, denunciano la loro natura essenzialmente ornamentale nel cornicione sovrastante che non vi poggia direttamente a causa di una frangia decorativa fatta di volute e conchiglie che sembra pendere dal cornicione.

Al centro della facciata principale, ad interrompere la sua sfarzosa teatralità barocca, Carmelo Battaglia Santangelo verso la fine del XVIII secolo inserì il maestoso portale ormai quasi neoclassico nella sua semplice linearità. La struttura interna dell'edificio appare estremamente simmetrica con i due vasti chiostri quadrati sui cui lati corrono lunghi corridoi che si intersecano tutti ortogonalmente e su cui si aprono le porte delle celle dei monaci e dei frati, dell'appartamento dell'abate e di quello del re, allineati sulle facciate esterne. I collegamenti verticali sono assicurati da numerose scale, tra cui la principale è il grande scalone a tenaglia di Girolamo Palazzotto, adorno di stucchi neoclassici.

I chiostri

Il primo chiostro, quello di levante, è occupato da un folto giardino e circondato per intero di portici retti da pilastri e archi a tutto sesto, con una terrazza continua soprastante. Essi furono inizialmente costruiti da Francesco Battaglia solo sul lato settentrionale a reggere il corridoio del Coro di notte al secondo piano. All'ingegnere Mario Musumeci furono affidati, nel XIX secolo, i lavori di completamento del chiostro di cui coprì con nuovi portici gli altri tre lati replicando quello esistente, risistemò i giardini e aggiunse al centro l'originale Caffeaos neogotico, decorato di maioliche variopinte.

Il secondo chiostro o chiostro dei marmi, a ponente, è il più antico e fu infatti costruito sulle rovine dell'edificio precedente, di cui sono riconoscibili alcuni tratti delle fondazioni cinquecentesche nei sotterranei. In origine non ospitava come l'altro chiostro un giardino, bensì un lastricato monumentale in ciottoli e pietra lavica di cui ancora si intravedono alcune parti sotto lo sterrato, mentre al centro sta ancora la grande fontana marmorea seicentesca. Ai lati sono addossati i portici sorretti da colonne di marmo bianco, anch'esse seicentesche e appartenenti al primo impianto, rimesse in opera nel settecento. Tra i due chiostri corre il cosiddetto corridoio dell'orologio, il più lungo dell'edificio (214 m), che unisce quest'ala del monastero, la parte privata, con quella di rappresentanza, dove si svolgeva la vita comune del cenobio. Nei progetti originari, questa nuova ala avrebbe dovuto presentare due chiostri speculari a quelli più antichi a sud della chiesa, ma con l'affidamento dei lavori di costruzione al Vaccarini a partire dal 1739, dopo che il Battaglia aveva già cominciato la costruzione del noviziato, il progetto fu notevolmente modificato. L'architetto palermitano prolungò il corridoio dell'orologio fino ai suoi limiti ideali già tracciati, ma invece dei chiostri, ai due lati, costruì l'antirefettorio, i due refettori, le cucine, la grande biblioteca e il museo senza seguire alcuno schema simmetrico e ingegnandosi nella scelta di forme sempre diverse per ogni locale, concezione quanto mai barocca.

Il seminterrato seicentesco

In questa parte del monastero particolarmente interessante è la biblioteca universitaria ricavata negli immensi sotterranei del monastero dove, oltre ai resti delle fondazioni cinquecentesche, si possono ammirare, nella Emeroteca, i mosaici di un'antica domus romana risalente al II secolo d.C., tra cui uno in pregiato opus sectile, rinvenuti durante gli scavi negli anni ottanta, riportati alla luce e restaurati. In particolare, è stata rinvenuta una sezione di mosaico in Opus tessellatum appartenente al Peristilio della domus e un Triclinio appartenente ad un'altra domus risalente al II secolo a.C. Il vano che ospita il triclinio è stato ribattezzato come "stanza della tavola imbandita" poiché le pareti presentano un affresco risalente al I secolo d.C. raffigurante un drappeggio per ornare la tavola.

Gli studenti possono fruire comodamente degli ambienti della biblioteca e dell'emeroteca grazie anche ad un ponte sospeso sopra l'area archeologica che funge da corridoio. Il ponte si trova sospeso grazie ad un sistema di tiranti in acciaio che spingono tutti i pesi sulle pareti cosicché non vi sono pilastri che intacchino i mosaici romani.

Il seminterrato durante la confisca si ridusse quasi a magazzino e durante la seconda guerra mondiale fu usato come rifugio antiaereo; soltanto con i lavori di recupero dell'università negli anni novanta emersero i resti archeologici sotto il pavimento del piano cantinato.

Il refettorio grande

La costruzione del noviziato che, come dice lo stesso nome, ospitava i novizi del monastero, per lo più appartenenti alle migliori famiglie aristocratiche catanesi e siciliane, fu cominciata da Francesco Battaglia che riprodusse specularmente l'impianto dei due chiostri esistenti con il corridoio affacciato sul chiostro e le stanze dei novizi allineate sulla facciata esterna, ma la costruzione del grande refettorio sull'altro lato del corridoio da parte del Vaccarini modificò profondamente questa primitiva concezione sacrificando la simmetria alla grandiosità e allo sfarzo.

L'antirefettorio è un'ampia sala rotonda da cui si accede ai due refettori e alle cucine; decorato da massicce colonne tuscanine binate, che reggono una spessa trabeazione e da statue di putti e di personificazioni delle virtù in stucco, è sormontato da una grande cupola riportata solo nel 1981 al suo livello originario; era stata infatti rialzata di cinque metri per ospitare la Specola dell'osservatorio astrofisico. Il refettorio presenta una forma allungata, un rettangolo con due semicerchi alle due estremità, e una volta altissima illuminata da numerose finestre, che fanno sembrare questo grande ambiente più una chiesa che un refettorio. Lungo tutto il perimetro della sala corre una sorta di marciapiede, in cotto siciliano, (come lo definì Federico De Roberto) dove erano collocati i tavoli dove i monaci consumavano i pasti, e al centro vi è un grande tappeto di maioliche siciliane decorate a mano, da qualche anno restaurate, che ridanno vita a quella che era l'originalità della grande sala. L'ampia volta fu affrescata al centro da Giovanni Battista Piparo, con una Gloria di San Benedetto, unica decorazione pittorica sopravvissuta della sala che per il resto oggi, sede dell'Aula Magna "Santo Mazzarino" del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell'almo studio catanese, appare uniformemente bianca.

Le biblioteche riunite "civica e A. Ursino Recupero"

Oggi i locali del museo, della biblioteca e del refettorio piccolo sono occupati dalle Biblioteche riunite Civica e A. Ursino Recupero. Nate a partire dalle collezioni librarie benedettine confiscate nel 1866 a cui si aggiunsero le biblioteche delle altre congregazioni religiose catanesi che formarono la biblioteca comunale nel 1869. Ampliate negli anni seguenti con la Biblioteca-Museo Mario Rapisardi e soprattutto con il lascito del Barone Antonio Ursino Recupero nel 1925 essa oggi possiede circa 270.000 volumi oltre a manoscritti, pergamene, corali, erbari (secchi e a stampa), cinquecentine, libri rari e di pregio, disegni, stampe, giornali e periodici e foto. Le antiche sale del museo, unite assieme da grandi arcate mistilinee furono edificate per ospitare le vaste collezioni d'arte dei monaci, poi passate al demanio, con cui fu creato il primo nucleo del museo civico, e trasferite negli anni trenta del XX secolo a Castello Ursino.

Oggi tutte le cinque sale del ex-museo contengono libri e tre di esse sono destinate alla consultazione, lettura, direzione. Il refettorio piccolo è di forma ovale e sormontato da un'alta volta adorna di stucchi, ma l'ambiente certamente più grandioso è la vasta sala della biblioteca, detta Sala Vaccarini, in onore del suo architetto, che sulla porta principale porta la data 1733; rettangolare, su due piani, rischiarata da grandi finestre ovali, con le alte scaffalature e il ballatoio in legno scolpito, il pavimento in maiolica di Vietri e la volta affrescata da Giovanni Battista Piparo con il trionfo delle scienze, delle arti e delle virtù. La Sala è rimasta immutata dal settecento anche nella disposizione dei volumi, divisi per facoltà.

Le biblioteche custodivano il Tabulario del monastero e quello proveniente dal Monastero di Santa Maria di Licodia.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Fontana dell'Elefante

Fontana · Catania

Fontana dell'Elefante

La fontana dell'Elefante (in siciliano u Liotru) è un'opera monumentale, realizzata tra il 1735 e il 1737 dall'architetto Giovanni Battista Vaccarini, collocata al centro di piazza del Duomo a Catania. Il suo elemento principale è una statua di basalto nero che raffigura un elefante, detto popolarmente U’Liotru, il quale è considerato l'emblema della città siciliana.

== Struttura ==

Leggi tutto su Fontana dell'Elefante (1.304 parole)

La fontana dell'Elefante è stata realizzata da Vaccarini nell'ambito della ricostruzione della città etnea dopo il terremoto dell'11 gennaio 1693. In modo acritico, è stato ribadito che l'architetto palermitano si ispirò all'Obelisco della Minerva di Gian Lorenzo Bernini. In realtà, l'iconografia dell'elefante sormontato da un obelisco con palla sulla sommità, è documentato già nell'Hypnerotomachia Poliphili, pagina 38, (Venezia, 1499), attribuita a Francesco Colonna.

Il basamento è formato da un piedistallo di marmo bianco situato al centro di una vasca, anch'essa in marmo, in cui cadono dei getti d'acqua che fuoriescono dal basamento. Sul basamento due sculture riproducono i 2 fiumi di Catania, il Simeto e l'Amenano. Al di sopra si trova la statua dell'elefante, rivolto con la proboscide verso la cattedrale di Sant'Agata. Questa statua di epoca incerta era originariamente ricavata da un unico blocco di pietra lavica, ma a seguito del sisma del 1693 si frantumarono le zampe posteriori, restaurate dallo stesso Vaccarini in vista della sua collocazione nella piazza. Durante il restauro l'architetto aggiunse i bianchi occhi e le zanne in pietra calcarea. Ai lati dell'elefante cade una gualdrappa marmorea sulla quale sono incisi gli stemmi di sant'Agata, patrona di Catania.

Sulla schiena dell'animale si trova un obelisco egittizzante, alto 3,66 m, in granito, ipoteticamente di Syene; non ha geroglifici, ma è decorato da figure di stile egizio che non costituiscono una scrittura geroglifica di senso compiuto. Di cronologia incerta, l’obelisco era forse una delle due mete dell'antico circo romano di Catania, l'altro, più frammentario, si trova invece nel cortile del Castello Ursino. Sulla parte sommitale dell'obelisco sono stati montati un globo, circondato da una corona di una foglia di palma (rappresentante il martirio) e di un ramo di gigli (rappresentante la purezza), con sopra una tavoletta metallica su cui vi è l'iscrizione dedicata a sant'Agata, con l'acronimo "MSSHDEPL" («Mente sana e sincera, per l'onore di Dio e per la liberazione della sua patria»), e infine una croce.

Storia

Dal 1735 al 1737 Vaccarini lavorò per costruire la fontana, che fu poi completata con l'obelisco egittizzante e con l'iscrizione agatina. Nel 1757 venne ristrutturata per la prima volta, per aggiungere una vasca. Nel 1826 la fontana fu circoscritta da una cancellata di ferro, entro la quale fu realizzato un piccolo giardino. Poco dopo l'unità d'Italia, venne presa la decisione di spostare la fontana dalla Piazza del Duomo a Piazza Palestro: il 30 maggio 1862, però, Bonaventura Gravina organizzò una sommossa popolare che bloccò il trasferimento.

Sono stati 2 i restauri eseguiti nel corso del XX secolo: nel 1905 venne realizzata una seconda vasca e nel 1998 sono stati eliminati la cancellata e il giardino, per cui oggi è possibile sedersi su alcuni gradoni ai piedi del basamento.

U Liotru
Il mito

U Liotru (chiamato anche, più raramente, Diotru) dovrebbe il suo appellativo alla storpiatura del nome Eliodoro. Questi, secondo le leggende popolari, sarebbe stato un nobile catanese, vissuto nell’VIII secolo, che avrebbe tentato senza successo di diventare vescovo della diocesi. Caduto in disgrazia, sarebbe diventato apostata e considerato «discepolo degli Ebrei, negromante e fabbro di idoli». Si sarebbe, quindi, opposto al vescovo Leone II il Taumaturgo, che lo avrebbe condannato ad essere bruciato vivo nel Forum Achelles. Questo fantomatico personaggio sarebbe legato all'elefante perché, secondo la leggenda, fu lui il suo scultore e che addirittura fosse solito cavalcarlo per spostarsi da Catania a Costantinopoli. Sempre secondo la leggenda, il vescovo Leone avrebbe fatto portare la statua fuori dalle mura per farla dimenticare, ma il popolo le avrebbe ugualmente tributato degli onori divini. Tuttavia, tutte le vicende di tal Eliodoro e il relativo legame con l'elefante in pietra, sono da considerarsi mera invenzione.

Indipendentemente dalle fantasiose versioni della vulgata, non solo popolare, la statua dell'elefante, simbolo della Città di Catania, costituisce lo gnomone della meridiana posta al centro della Piazza Duomo. Il monumento è misuratore del tempo con la luce del sole ed è quindi "eliotrico", in dialetto catanese diventato "liotru". Dopo il terremoto del 1693, la ricostruzione di Catania coincise con il periodo di maggior diffusione delle meridiane in Sicilia e in altre parti dell’Italia Meridionale. Carlo Maria Carafa, principe di Butera, è ritenuto il più illustre "gnomonista", esperto cioè di costruzione di meridiane, di quel periodo e non è escluso che abbia partecipato alla realizzazione della meridiana di Piazza Duomo. Secondo il pittore e architetto, Jean Houel: "l'obelisco è egiziano; è fatto di granito e coperto di geroglifici. Secondo una nozione diffusa a Catania, fu messo in una pubblica piazza perché servisse da stilo, o da gnomone, per indicare l'ora con la sua ombra proiettata su di un quadrante tracciato a terra".

L'origine

Non ci sono dati certi su quando e da chi sia stata realizzata la statua dell'elefante. Nel corso dei secoli, vari studiosi hanno cercato di dare una risposta a questa domanda, in alcuni casi rifacendosi anche al mito. Tra questi ultimi si ricorda Pietro Carrera, che, nel 1639, scrisse che il liotru ricordava una vittoria in una guerra tra i catanesi e i libici. La storia, che il pittore Giuseppe Sciuti immortalò nel grande sipario storico del Teatro Massimo Bellini, è però totalmente inventata. Più probabili furono le teorie concepite da Ignazio II Paternò Castello, Santi Consoli e Matteo Gaudioso. Il primo sosteneva che l'elefante provenisse da un circo (successivamente sarebbe stato appurato che in realtà era l'obelisco ad essere stato tra le attrazioni di un antico circo romano), gli ultimi due, invece, sostenevano che fosse il ricordo di una religione di cui oggi si sono perse completamente le tracce. È però ormai accettata, l'interpretazione che venne data dal geografo arabo Al-Idrisi, durante il suo viaggio in Sicilia nel XII secolo. Secondo Idrisi, la statua dell'elefante era stata realizzata durante la dominazione bizantina. Nel periodo in cui egli visitò Catania, l'elefante di pietra lavica si trovava già all'interno delle mura della città e vi sarebbe stato portato dai benedettini del monastero della Cattedre di Sant'Agata, che lo avrebbero posto sotto un arco detto "di Liodoro".

Nel X secolo, sotto la dominazione musulmana, la città era già conosciuta con il nome di Balad-el-fil o Medinat-el-fil, cioè "città dell'elefante".

Nel 1239 la statua dell'elefante fu scelta come simbolo di Catania. Alcuni sostengono che il trasferimento all'interno delle mura avvenne, invece, proprio in quest'occasione.

Nel 1508 venne trasferito sul lato ovest (o nord) del municipio e gli venne affiancata l'iscrizione «Ferdinandus. Hispaniae utriusque. Siciliae. Rege - Elephans erectus fuit a Cesare Jojenio - Justitiario - MDVII». In tale collocazione fu gravemente danneggiato durante il terremoto del 1693; il crollo dei palazzi circostanti infatti provocò la rottura della proboscide e delle zampe, che furono ricostruite da Vaccarini, nel 1735, su sollecitazione di Filippo d'Orville.

L'obelisco, invece, probabilmente fu portato a Catania durante le crociate, proveniente da Syene e, arrivato in città, fu collocato nel Circo Massimo, secondo l'ipotesi di Ignazio Paternò Castello.

Il rapporto dell'elefante con la città

Il legame tra Catania e il liotru è molto antico. Un'antica leggenda narra di un elefante che avrebbe cacciato degli animali feroci durante la fondazione di Kατάvη (Katane).

Il Liotru è diventato simbolo ufficiale della città solo nel 1239: prima di allora, l'emblema cittadino era l'effigie di San Giorgio. I catanesi decisero di cambiare in seguito ad una serie di rivolte per poter passare dal dominio di un vescovo-conte a città demaniale. Dopo aver fallito nei moti del 1195, 1207 e 1221, il successo arrivò con la concessione ufficiale firmata da Federico II. La prima "uscita ufficiale" del nuovo simbolo avvenne in occasione di una seduta del Parlamento siciliano a Foggia, nel 1240.

Successivamente, il pachiderma è stato inserito nello stemma comunale, in quello della città metropolitana e dell'università, e oggi è la mascotte delle principali società sportive locali, tra cui Catania, Amatori Catania, Catania Beach Soccer, Meta Catania C5 ed Elephants Catania.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Teatro greco-romano di Catania

Teatro romano · Catania

Teatro greco-romano di Catania

Il teatro greco-romano di Catania è situato nel centro storico della città etnea, tra piazza S. Francesco, via Vittorio Emanuele, via Timeo e via Teatro greco. Il suo aspetto attuale risale al II secolo ed è stato messo in luce a partire dalla fine del XIX secolo. A est confina con l’odeon della città

== Storia ==

Leggi tutto su Teatro greco-romano di Catania (2.886 parole)
Prima del teatro

L’area della collina su cui sorge il sito era in origine interessata da un avvallamento, il quale era delimitato dai lembi di un costone lavico affacciato su di una vallata, in essa si trovava uno specchio d’acqua prossimo al mare, identificabile, secondo la tradizione popolare, con il fiume Amenano; dalle vene sotterranee di quest’ultimo, ancora oggi trarrebbe origine la polla d’acqua che costantemente allaga l’orchestra del teatro. Nella parte nord dell’area archeologica, sono state rinvenute tracce di insediamenti umani del Neolitico medio e tardo, costituite da frammenti di vasi, alcuni con decori incisi. Una fase successiva, attribuita agli inizi dell’Età del rame in base alla datazione al radio carbonio, ha restituito resti di un villaggio (piccoli tratti di mura e parti di rivestimenti in argilla bruciata) e di animali da allevamento, oltre che reperti in ceramica con decori incisi o dipinti, e strumenti in pietra e in osso.

Il ritrovamento di un muro di forma poligonale nella parte nord-est dell’area archeologica (Casa dell’Androne), databile tra la seconda metà del VII secolo a.C. e il primo quarto del VI secolo a.C. per spessore e tecnica costruttiva, ha fatto supporre la presenza, in questo sito, di parte della cinta muraria dell’acropoli della colonia di Katane; esso è, infatti, collegabile a tratti murari simili, già individuati in altri punti della collina di Montevergine. Nel corso di successivi scavi, sempre a monte del teatro, è stata individuata un'altra struttura della stessa tipologia, costituita da un lungo muro di età arcaica in forma poligonale, che delimita un’ampia parte dell’area su cui sorge il terzo ambulacro del teatro.

Il Teatro greco

Di un teatro a Catania ne fanno riferimento le fonti classiche, in merito alla consultazione delle polis siceliote da parte di Alcibiade: quest’ultimo tenne, nel 415 a.C., un discorso all'assemblea civica riunita appunto nel teatro. Di questo teatro però non era chiara l'ubicazione e la tradizione tendeva a identificarlo con il teatro di età romana oggi visibile. Tale associazione diede adito a numerose fantasticherie sull'edificio, al punto che è ancora oggi chiamato Tiatru grecu dalla comunità locale, mentre la strada che lo costeggia a nord è chiamata via Teatro Greco. Ciò che ha dunque mosso gli studiosi dell'edificio, sin dai primi lavori di sgombero delle strutture antiche, è stato anche il quesito se il teatro delle fonti antiche fosse il medesimo che si ammira oggi, ossia se su una preesistente struttura greca possa essere nata la struttura romana. Per un certo periodo venne persino messo in dubbio che potesse esistere davvero un teatro in epoca greca, a Catania, e che si trattasse di una errata traduzione delle fonti ad aver generato la credenza di detto edificio. Diverse sono le ipotesi a favore dell'identificazione del teatro romano con quello greco, in particolare il fatto che la posizione é alla base di una collina, a differenza dell'usanza romana di edificare in pianura o con la scena rivolta verso il mare.

Sul monumento però, le fonti sono piuttosto silenti e ne tacciono le vicissitudini storiche, per capirne quindi la storia si fa ricorso ai ritrovamenti archeologici che gettano un po' di luce sull'edificio. Le fasi più antiche testimoniano la presenza di un edificio costruito con grossi blocchi di pietra arenaria, decorate con lettere in greco, in pianta rettangolare, un tipo di planimetria più diffusamente ellenistica che latina. Tale struttura, già identificata negli anni 1884 e 1919, e attribuita a un prototipo di teatro greco del V-IV secolo a.C., potrebbe essere propriamente il teatro in cui, Alcibiade, tenne il discorso ai Katanaioi per convincerli ad allearsi con Atene contro Syracusae.

All’interno dell’area del complesso archeologico, alcuni particolari ritrovamenti indicano che il teatro - o parte di esso - venne edificato su un’area sacra, forse collegato col tèmenos del Santuario di Demetra e Kore, ubicato dagli studiosi nelle vicine piazza San Francesco e via Crociferi. Fra questi, vi sono alcuni resti di strutture e reperti attribuibili all’Età ellenistica (secondo cuneo della media cavea), forse pertinenti a rituali sacri, ed altri reperti (atrio orientale), confrontabili con la coroplastica della stipe votiva del santuario.

Il Teatro romano

Il teatro di epoca greca sarebbe stato dunque restaurato nel corso del I secolo, probabilmente a seguito dell'elevazione a colonia romana di Catania, avvenuta ad opera di Augusto. A questo periodo appartengono un rifacimento della cortina quadrangolare, con la sostituzione dei blocchi in arenaria mancanti con conci lavici squadrati, l'aggiunta della scena e delle gradinate più antiche dell'edificio.

Nel corso del II secolo, forse a seguito di finanziamenti ottenuti da Adriano, assistiamo a un progressivo processo di monumentalizzazione dell'area che coinvolge anche le vicine strutture termali e numerosi edifici cittadini, tra cui anche l'anfiteatro. A questo periodo risale il plinto, conservato nel museo civico del Castello Ursino, in cui è rappresentata una Vittoria che incorona un trofeo su un lato e dei barbari resi schiavi sull’altro; tale plinto potrebbe rappresentare una vittoria sui Germani sotto Marco Aurelio o Commodo. Le tracce della monumentalizzazione si notano anche nell'assunzione di una pianta emiciclica dell'edificio, nella realizzazione di un proscenio decorato da lussuosi marmi, nell'ampliamento della scena e nella realizzazione di 2 massicce torri laterali, atte a ospitare le scale d'accesso ai diversi piani dell'edificio. La struttura si dota in questo periodo di numerosissimi elementi architettonici, tra fregi, statue, bassorilievi e colonne, i quali, nel XVII secolo, verranno spesso trafugati ed usati come materiale da costruzione per gli edifici della città barocca, come ad esempio per la facciata della Cattedrale di Sant'Agata.

Quartiere Grotte

Caduto in declino e abbandonato tra il V e VII secolo, come molti altri edifici monumentali di età classica nel resto d’Europa, venne progressivamente sfruttato per ricavarne modeste abitazioni e altri edifici. In particolare, l'area dell'orchestra fu interessata da una macelleria bovina, mentre, lentamente e inesorabilmente, le strutture del teatro venivano intaccate e scavate per ricavarne nuovi edifici.

Nonostante le dure manipolazioni nel corso dei secoli, tra cui l'aggiunta, nel XVI secolo, di piccole stradine che tagliavano il monumento da parte a parte, l'emiciclo dell'ultimo ambulacro era perfettamente leggibile dall'esterno, e tale veniva riprodotto dai cartografi nel XVI e XVII secolo . Il terremoto del Val di Noto del 1693 danneggió molte abitazioni che erano nate sulla cavea, le cui macerie vennero sfruttate per realizzare le fondamenta di nuove abitazioni. Nel XVIII secolo viene eretta la via Grotte, i cui archeggiati sono ancora visibili a testimonianza della sua esistenza, che tagliava in senso sud-nord l'edificio, mettendo in comunicazione la strada del corso (oggi via Vittorio Emanuele II) con lo spiazzo alle spalle del teatro. La strada, come si nota da alcune fotografie precedenti al suo abbattimento, era in comunicazione con alcune strade minori e persino con una piazza, ricavate sulla cavea tra il XVIII e il XIX secolo.

Monumento archeologico

Sul finire del XIX secolo il proprietario del palazzo che si addossa all'adiacente odeon, il barone Sigona di Villermosa, fece abbattere l'ultimo fornice del medesimo odeon, per ampliare il suo immobile. Questo increscioso avvenimento mobilitò la Soprintendenza alle Antichità per la Sicilia Orientale, all'epoca diretta da Paolo Orsi, che adottò il pugno duro nei confronti di chi abitava sopra i due teatri e avviò una campagna di esproprio e liberazione delle antiche strutture, mai del tutto completata. Da un primo sgombero che interessò quasi esclusivamente l'odeon, si riprese solo negli anni 1950, in misura massiccia, l'opera di sgombero interrotta negli anni 1910.

Dagli anni 1970 fu utilizzato per spettacoli estivi, ma questo utilizzo cessò dal 1998, quando gli fu preferito l'anfiteatro del Centro fieristico le Ciminiere.

Una campagna di scavo venne condotta nei primissimi anni 1980 che restituì, nel 1981, l'ingresso orientale degli attori, costituito da una scaletta e un accesso trabeato, realizzato in grossi blocchi di pietra lavica. Dalla seconda metà degli anni 1990 venne riaperto il cantiere di scavo, con un obiettivo diverso da quello che aveva caratterizzato i lavori fin lì condotti. Il servizio per i Beni Archeologici della Soprintendenza BB. CC. AA. di Catania, sotto la direzione della dottoressa Maria Grazia Branciforti, ha infatti intrapreso una nuova serie di campagne di scavo, demolizione atto allo sgombero, rifunzionalizzazione e restauro, di ciò che rimane ancora ingombrato del monumento, con la finalità di conservare alcuni edifici rappresentativi del proprio periodo, sorti sul teatro e ritenuti utili testimoni della storia del monumento e della città, realizzati successivamente all'abbandono della funzione teatrale della struttura. Sotto quest'ottica infatti sono nati gli ambienti allestiti per ospitare l'Antiquarium regionale del Teatro Romano, con sede in Casa Pandolfo (del XVIII secolo) e in Casa Libérti (del XIX secolo ma realizzata su una struttura del XVI secolo, di cui rimangono 2 eleganti portali), situata nella zona nord-est della summa cavea. Attualmente è quasi interamente visitabile, ad eccezione delle parti ancora in restauro e degli approfondimenti in corso, sulle vestigia greche che si stanno esplorando.

Studi

Il Teatro di epoca romana, ben visibile nel tessuto urbano della città medioevale, venne studiato per primo dal Bolano e dal Fazello, trattato dai vari autori secentisti che si occuparono delle antichità di Catania, così come da Vito Maria Amico. La prima vera indagine archeologica compiuta in un'area adiacente al Teatro venne compiuta nel XVIII secolo dal principe Ignazio Paternò Castello, che in anticipo sui tempi sperimentò nell'area est - forse perché costretto dalla situazione - la trincea di scavo e ad occidente ricolmò lo scavo con il materiale di risulta dello stesso, rendendolo riconoscibile per le future indagini, probabilmente perché - come egli stesso avrà modo di scrivere in proposito - intenzionato a completare le indagini archeologiche qualora ne avesse avuta l'occasione. Lo scavo occidentale mise in luce un lastricato romano che chiudeva nella scala d'accesso orientale dell'edificio, un monumentale arco che venne prontamente rilevato da Sebastiano Ittar, che ne realizzò un rilievo su lamina di rame oggi esposta al Museo civico.

Alla fine del XIX secolo Adolf Holm ne visita la struttura e ne ipotizza per primo la capienza di 7000 persone, un dato poi non più verificato, ottenuto da un calcolo relativo alle dimensioni dell'edificio che poté desumere all'epoca, mettendole a confronto con gli edifici teatrali a lui noti. Nello stesso periodo inizia la lunga opera di sbancamento delle abitazioni che alterarono la natura dell'edificio, coronata nel 1884 dal ritrovamento di un muro in pietra arenaria identificato con parte dell'antico teatro greco delle fonti e successivamente nella campagna del 1919-1920 col rinvenimento di blocchi cui era incisa la sigla KAT, interpretata come l'abbreviazione di Katane, antico nome della città.

Durante gli anni cinquanta vennero compiuti i più impegnativi lavori di sbancamento sotto la direzione di Guido Libertini che riportarono alla luce gran parte della cavea, partendo dal settore orientale, e restituirono una grande quantità di marmi decorativi, accatastati man mano che si procedeva lungo il corridoio nord. Gli scavi, interrotti durante il ventennio successivo, ebbero seguito a partire dal 1980 nel settore orientale e in diversi punti della cavea, oltre che focalizzati sull'orchestra per liberarla dai detriti e dal materiale di crollo del sisma del 1693. In quest'ultima zona si rinvenne un frammento della testa di Marco Aurelio, completata grazie ad un secondo frammento rinvenuto durante la campagna dei primi anni 2000. In quest'ultima campagna, iniziata nel 1998, si sono liberate ampie porzioni del settore occidentale e nel contempo è stato predisposto un percorso visite, preservando diversi ambienti sorti sull'edificio per ricavarne uffici amministrativi o sale espositive. Gli scavi, condotti dall'allora soprintendente ai BB.CC.AA. Maria Grazia Branciforti, hanno anche permesso di conoscere meglio l'edificio nel suo rapporto con la città e con la storia, nel suo evolversi nel tempo e nello spazio, mettendo in luce anche le parti più antiche dell'edificio, quali ad esempio un ambiente chiuso creato con gli stessi blocchi in arenaria siglati kat che hanno permesso di datare meglio le strutture sfruttate dal teatro romano al IV secolo a.C., piuttosto che al V come si credette nel 1919. Inoltre si è potuta ricostruire l'estensione del primo impianto e identificare l'area sacra del tempio cui il teatro era legato.

Con gli ultimi scavi degli anni 2014-2015, diretti da Fabrizio Nicoletti, è stato del tutto liberato l'atrio orientale con la facciata d'ingresso su piazza San Francesco, è stata restaurata la cavea, e, sul lato esterno nord, è stata messa in luce una sequenza stratigrafica di epoca neolitica ed eneolitica.

Descrizione

La struttura teatrale visibile appartiene alle grandi costruzioni del genere di epoca antonina, composta da una complessa scena, originariamente decorata da colonne marmoree in seguito resa monumentale con l'aggiunta di nicchie e finti ambienti prospettici che dovevano creare l'illusione di una più vasta profondità, un pulpitum riccamente strutturato e decorato da marmi, l'orchestra dal diametro di circa 22 metri originariamente rivestita in opus sectile con una fantasia di cerchi inscritti in quadrati, danneggiata più volte e restaurata un'ultima volta malamente nel IV secolo, e sovente allagata da una polla di acqua sorgente scambiata in passato con l'Amenano, i due parodoi fortemente rovinati dai lavori effettuati per ricavarne ambienti e persino scarichi per le acque nere, una delle carceris resa nel XVIII secolo una palazzina privata, l'ampia cavea dal diametro di 98 metri costituita da ventuno serie di sedili, divisi orizzontalmente da due praecinctiones e verticalmente da nove cunei e otto scalette. Le due precinzioni separano le tre parti della cavea: ima (poggiata direttamente sul declivio del colle Montevergine), media e summa (queste ultime messe in comunicazione dagli ambulacri che si aprono verso l'esterno tramite diversi vomitoria ai vari cunei e tra loro con un fitto sistema di scale).

Gli ambienti scenici erano riccamente decorati da marmi, tra colonnati, statue e bassorilievi con un repertorio iconografico legato al mondo mitologico quanto alla celebrazione di eventi o personalità pubbliche. Tra le figure a carattere mitologico spicca il gruppo scultoreo della Leda col cigno copia romana di un originale del 360 a.C. di Timotheos, mentre tra gli ornamenti funzionali del teatro una lastra di marmo bianco rappresentante un delfino, ritenuto quale bracciolo per un seggio d'onore o più probabilmente (vista la certa presenza di almeno altri due delfini identici immortalati dalle foto degli anni trenta) divisori per segnalare la zona riservata al pubblico più importante. In marmo bianco erano pure i rivestimenti dei sedili, costruiti in blocchi di arenaria per la ima cavea e in opus coementitium per le altre due cavee, i quali dovevano creare un singolare aspetto cromatico con il nero delle otto scalinate in pietra lavica. Molti elementi decorativi vennero trafugati o adoperati per la realizzazione della cattedrale del 1094, dove ancora si possono notare alcuni capitelli, colonne o elementi decorativi in marmo. Secondo la ricostruzione di Sebastiano Ittar le colonne - numerose - dovettero costituire un loggiato sulla sommità della scalea, analogamente al teatro antico di Taormina, esemplare più grande e reso famoso dai viaggiatori del Grand Tour. All'esterno si aprivano diversi accessi, molti dei quali sono oggi liberi sebbene non praticabili a causa della mancanza delle scale, chiusi da lesene che creavano un notevole gioco di ombre e luci, tendenza chiaroscurale già presente in Sicilia dai tempi del Teatro di Thermae Himerae; quattro grandi avancorpi emergevano dalla facciata curvilinea dell'edificio e vi erano ricavate altrettante nicchie, probabilmente ospitanti statue di divinità.

La scena è ancora ingombrata da palazzi del XVIII secolo, tra cui una palazzina a un piano che funge da ingresso e che conserva notevoli resti di epoca medioevale, tra cui una scalinata e una colonna, ricollocata a reggere il soffitto ligneo settecentesco. Questa palazzina è anche sede dell'antiquarium, in cui sono esposti i rilievi architettonici dell'edificio, dal I al XVII secolo, e vi si possono osservare i resti di un abitato del XVI secolo dall'orientamento diverso rispetto al Teatro, segno che il tessuto strutturale del medesimo era ormai illeggibile. Sull'orchestra si possono ancora vedere gli archi della vecchia via Grotte, una interessante struttura che testimonia l'edilizia del XVIII secolo. Sulle carceris e su una piccola parte della cavea sono ancora presenti diverse abitazioni, una di esse è il Palazzo Gravina Cruyllas che confina ad est. La media cavea presenta le maggiori manipolazioni subite nei secoli, con ampie parti di sedili asportate per ricavare dei pavimenti piani. Tra le residenze sorte nella zona della summa cavea di notevole importanza è la Casa del Terremoto, una vera e propria capsula del tempo, che ha preservato integro il corredo abbandonato l'11 gennaio 1693: le macerie che la ostruirono vennero quindi sfruttate per ricavare le fondamenta di una casa settecentesca, resa oggetto di discordia tra il comune che intendeva espropriarla e due anziane signore che vi risiedevano. Altre due case che insistono nella zona orientale sono la Casa dell'Androne e la Casa Libérti, entrambe sfruttate come spazi espositivi o per conferenze.

Ai lati due diversi ingressi confinano uno a est con la trincea di scavo effettuato da Ignazio Paternò Castello situata tra le proprietà dei Principi di Valsavoja e i Gravina, l'altro a ovest con l'odeon. A nord-est, all'interno di uno dei locali della Casa dell'Androne si sono rinvenuti i resti di un temenos, il recinto sacro del tempio cui il Teatro era legato. La presenza di una stipe votiva: quella della vicina piazza San Francesco d'Assisi ha fatto pensare che possano essere messi in relazione col culto di Persefone o Demetra.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Chiesa della Badia di Sant'Agata

Chiesa · Catania

Chiesa della Badia di Sant'Agata

La chiesa della Badia di Sant'Agata è una chiesa di Catania affacciata sulla via Vittorio Emanuele II, nel quartiere Duomo di Catania o Terme Achilliane - Piano di San Filippo.

== Descrizione ==

Leggi tutto su Chiesa della Badia di Sant'Agata (287 parole)
Esterno

La chiesa si trova di fronte al fianco nord della cattedrale di Sant'Agata e occupa, insieme all'annesso monastero (oggi di proprietà comunale), l'intero isolato delimitato da via Raddusa, via Santa Maria del Rosario e via Sant'Agata.

L'edificio è uno dei principali monumenti barocchi della città, opera di Giovanni Battista Vaccarini.

L'edificio poggia sulle rovine dell'antica chiesa e del convento del 1620, su progetto di Erasmo Cicala e dedicati a Sant'Agata, poi crollati a causa del terremoto del 1693.

Interno

La chiesa ha impianto a croce greca, con ingressi e cappelle disposti lungo i lati di un ottagono regolare. Altari e rivestimenti degli ambienti sono in marmo giallo di Castronovo; sui piedistalli posti sulle mense sono collocate statue di stucco lucido, che raffigurano in senso orario San Benedetto, l'Immacolata Concezione, Sant'Agata, San Giuseppe e Sant'Euplio. Le statue in stucco marmorizzato furono realizzate nel 1782 ad opera di Giovan Battista Marino, Mario Biondo e Giovan Battista Amato.

Emiciclo destro

Cappella di Sant'Euplio. Altare dedicato a Sant'Euplio, diacono e martire del IV secolo sotto Diocleziano.

Cappella del Santissimo Crocifisso.

Cappella di San Giuseppe.

Emiciclo sinistro

Cappella di San Benedetto. Altare dedicato a San Benedetto.

Ingresso laterale sinistro.

Cappella dell'Immacolata Concezione.

Abside

Cappellone di Sant'Agata e altare maggiore.

Monastero

Monastero femminile dell'Ordine benedettino sotto il titolo di «Sant'Agata», dal secondo dopoguerra ceduto dalla Curia al Comune, per decenni ha ospitato la tipografia del quotidiano Espresso sera e dal 1991 è stata la sede del Centro sociale occupato Auro, oltre ad accogliere la sede del quotidiano I Siciliani da un paio di anni dopo dell'occupazione.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Anfiteatro romano di Catania

Sito archeologico · Catania

Anfiteatro romano di Catania

L'anfiteatro romano di Catania è una imponente struttura costruita in epoca imperiale, probabilmente nel II secolo, ai margini settentrionali della città antica, a ridosso della collina di Montevergine che ospitava il nucleo principale dell'abitato.

La zona su cui sorge l'anfiteatro, oggi parte del centro storico della città, in passato era adibita a necropoli. Del monumento è visibile e visitabile solo una piccola sezione nella parte occidentale di piazza Stesicoro.

Leggi tutto su Anfiteatro romano di Catania (1.859 parole)
Storia

L'anfiteatro fu probabilmente costruito nel II secolo; la data precisa è, tuttavia, incerta, ma il tipo di architettura fa propendere per l'arco temporale tra gli imperatori Adriano e Antonino Pio, ovvero tra il 117 ed il 161.

Appare evidente un ampliamento datato intorno al III secolo, che ne triplicò di fatto le dimensioni.

Una leggenda popolare, seppur infondata, vuole che l'eruzione dell'Etna del 252 lo abbia raggiunto senza però distruggerlo. Tale tradizione si basa sulla vita di Sant'Agata, riportata negli Acta Sanctorum del Bollando, dove è riportato che ad un anno esatto dalla morte della santa (251), un fiume di fuoco si diresse alle porte della città, e i villani - preoccupati per le loro campagne - giunsero alla tomba di Sant'Agata per prelevarne il velo mortuario, usandolo per arrestare l'avanzata della lava. Tale fonte, del tutto agiografica, indusse persino autorevoli vulcanologi, come il Gemmellaro, ad interpretare erroneamente l'anfiteatro (il quale si trovava alle porte della città) quale punto in cui si arrestò la lava. Recenti studi stratigrafici e di datazione hanno dimostrato chiaramente, che la cosiddetta "colata lavica di Sant'Agata" del 252, ebbe origine dal cono del Monpeloso e, riversandosi quasi per intero nel territorio di Nicolosi, si fermò nel territorio di Mascalucia, a 450 m s.l.m., in direzione di Catania, ma senza mai raggiungerla. L'unica traccia di una presunta colata giunta presso l'anfiteatro, è una sporgenza lavica che si affaccia da uno dei fornici murati dell'edificio; quando però, nel XX secolo, fu compiuto un carotaggio sulle pareti dell'ambulacro interno, per cercare di capire cosa vi fosse al di là, da esso fluirono liquami "a vagonate", segno evidente che il corridoio fosse vuoto: il frammento di roccia vulcanica sporgente è, con tutta probabilità, materiale di riempimento per la gittata delle fondazioni, della facciata, della sovrastante chiesa di San Biagio.

Secondo quanto riferisce Cassiodoro, nel V secolo, Teodorico, re degli Ostrogoti, concesse agli abitanti della città di utilizzarlo quale cava di materiale da costruzione per edifici in muratura, a motivo dell'abbandono del monumento "per lunga vetustà". Secondo alcuni autori, nell'XI secolo, anche Ruggero II di Sicilia ne trasse ulteriori materiali per la costruzione della cattedrale di Sant'Agata, tra cui le colonne in granito grigio che decorano il prospetto e le absidi, su cui si riconoscerebbero ancora le pietre perfettamente tagliate, usate, forse, anche nel Castello Ursino in età sveva.

Nel XIII secolo, secondo la tradizione, furono adoperati i suoi vomitoria (ingressi), da parte degli Angioini, per accedere alla città durante la cosiddetta guerra dei Vespri. Nel secolo successivo gli ingressi furono murati e il rudere venne inglobato nella rete di fortificazioni aragonese del 1302. Nel 1505, il senato cittadino, fece concessione a Giovanni Gioeni di usare il materiale della struttura per la costruzione di abitazioni e di usare l'arena quale giardino. Una messa in sicurezza del rudere si ebbe con la costruzione delle mura della città negli anni 1550, quando vennero abbattuti il primo e il secondo piano, e con le stesse macerie avvenne il riempimento delle gallerie.

Nel XVI secolo i primi studiosi iniziarono a descrivere l'anfiteatro. Il primo a parlare della presenza di un anfiteatro romano a Catania è il Fazello, primo anche a stabilirne le dimensioni inferiori al solo Colosseo di Roma. In seguito, autori come Ottavio D'Arcangelo o Giovanni Battista de Grossis, ne proposero fantasiose ricostruzioni che hanno comunque il valore di essere i primi rilievi dell'edificio.

Dopo il terremoto del 1693 fu definitivamente sepolto, per poi essere trasformato in piazza d'armi. In seguito vennero sfruttati gli estradossi delle gallerie superstiti come fondamenta per nuove abitazioni, nonché per la facciata neoclassica della chiesa di San Biagio, nota anche come ‘A Carcaredda, cioè la fornace.

Nella seconda metà del XVIII secolo, Ignazio Paternò Castello, principe di Biscari, per fugare ogni possibile dubbio sulla sua reale esistenza nel passato, fatto che alcuni visitatori stranieri avevano decisamente negato, impiegò consistenti somme del suo denaro per eseguire degli scavi e, in due anni, ne portò alla luce un intero corridoio e 4 grandi archi della galleria esterna. Tali scavi, tuttavia, non ne preservarono gli ambienti, divenuti ormai ipogei: i fornici, infatti, vennero murati e sfruttati come pozzi neri per i palazzi della ricostruenda città. Nel XIX secolo gli scavi erano ancora visitabili dall'ingresso su via del Colosseo (che il popolino chiamava - e chiama tuttora - Catania Vecchia) e su di essi si ricamava ogni tipo di leggenda. Tra tutte, quella di una scolaresca che, insinuatasi nelle strutture per una visita, non ne era più uscita.Nel 1904, durante l'amministrazione De Felice, si iniziarono i lavori per riportarlo alla luce, ad opera dell'architetto Filadelfo Fichera, i quali si conclusero nel 1906. Tali lavori erano atti all'apertura del monumento per le visite, tramite la realizzazione dello scavo di piazza Stesicoro e la creazione di un percorso, poi sfruttato solo occasionalmente. In questa occasione, venne alla luce una profonda e misteriosa precinzione, probabilmente un ampliamento tardo dell'edificio, che impediva ai posti più prossimi all'arena di vedere bene lo spettacolo e riduceva le dimensioni dell'arena, ma permetteva una migliore prospettiva per un piano supplementare, verosimilmente aggiunto nel III secolo. Nel 1907 si svolse la cerimonia di apertura, a cui fu presente anche il re Vittorio Emanuele III. In seguito, già nel primo dopoguerra, l'anfiteatro venne lasciato decadere nuovamente, al punto che molti edifici soprastanti ne usarono, nuovamente, i cunicoli come fognatura.

Nel 1943, durante il bombardamento degli Alleati che ridusse parte della città in macerie, la struttura (tanto l'ambulacro interno quanto gli stessi pozzi neri) venne adoperata come rifugio antiaereo. Successivamente si sono susseguiti periodi di interesse e di abbandono. Per molti anni, i suoi cunicoli sotterranei, sono rimasti chiusi per generici "problemi di sicurezza", a seguito di presunti episodi tragici legati alla curiosità di visitatori che provavano ad esplorarli. Ristrutturato nel 1997, fu aperto solo durante la stagione estiva e poi richiuso per infiltrazioni di sostanze reflue, delle fognature delle case limitrofe, all'interno dell'anfiteatro. Parzialmente risanato, nel luglio 1999 è stato riaperto al pubblico, per poi essere chiuso nuovamente poco tempo dopo a causa di peggioramenti delle condizioni strutturali. I suoi resti, rappresentanti quasi un decimo dell'intero anfiteatro, sono visitabili dall'ingresso di piazza Stesicoro e dal vico Anfiteatro, dove se ne vede l'altezza fino a parte del terzo piano. Fino al 2007 era possibile vedere una porzione del secondo piano, da Via del Colosseo, quando esso fu interamente coperto dal nuovo terrazzo di villa Cerami. In quest'ultimo edificio, sede oggi della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Catania, è ancora possibile vedere parte del sistema d'archi che collegava l'Anfiteatro alla collina di Montevergine, l'antica acropoli della città. La restante parte dell'anfiteatro è ancora interrata sotto le zone di via Neve, via Manzoni e via Penninello.

Tra la fine del 2007 e l'inizio del 2008 l, sono stati effettuati rilievi tecnici, per appurare lo stato di conservazione strutturale dei pilastri esterni. In questa occasione, si è potuta verificare la presenza di un rifacimento e di un ampliamento della struttura durante una seconda fase, motivo per il quale si è eseguito un nuovo rilievo che ha potuto condurre ad una ricostruzione virtuale dell'edificio, maggiormente aderente alla realtà rispetto alle ardite elaborazioni del D'Arcangelo.

L'uso dell'anfiteatro come fognature sembra essere stato la causa dell'indebolimento della struttura, di cui, nel 2014, è stato denunciato il pericolo di collasso in un'interrogazione parlamentare del 1º aprile di quell'anno, in cui venne trattato ciò che già era stato portato all'attenzione dell'opinione pubblica, a seguito di una videoinchiesta della testata giornalistica CTzen. Il 24 aprile si è costituito un primo tavolo tecnico per stabilire un programma di recupero del monumento, mettendo, allo stesso tempo, in sicurezza il quartiere sorto nei secoli sopra le sue strutture.

Struttura

L'anfiteatro di Catania, strutturalmente il più complesso degli anfiteatri siciliani e il più grande in Sicilia, appartiene al gruppo delle grandi fabbriche quali il Colosseo, l'anfiteatro di Capua, l'Arena di Verona.

L'edificio presentava una pianta di forma ellittica, l'arena misurava un diametro maggiore di 70 m ed uno minore di circa 50 m, i diametri esterni erano di 125 × 105 m, la circonferenza esterna era di 309 metri, mentre la circonferenza dell'arena di 192 metri e si è calcolato che poteva contenere 15.000 spettatori seduti e quasi il doppio, con l'aggiunta di impalcature lignee, per gli spettatori in piedi. Addossato alla vicina collina di Montevergine, ne era separato da un corridoio composto da grandi archi e volte, che facevano da sostegno per le gradinate. Era, probabilmente, prevista anche una copertura con grandi teli per il riparo dal forte sole o nel caso di pioggia. Venne costruito con la pietra lavica dell'Etna ricoperta da marmi ed aveva 32 ordini di posti, mentre la cavea presentava 14 gradoni. Secondo una tradizione incerta e priva di riscontri, si vuole che in essi vi si svolgessero anche le naumachie, rappresentazioni di battaglie navali che venivano eseguite dopo averlo riempito di acqua mediante l'antico acquedotto.

Presenta una struttura realizzata con muri radiali e volte, non addossata al terreno, dove la facciata non si appoggia direttamente ai muri radiali, bensì a una galleria di distribuzione periferica. La tecnica edilizia prevede l'uso dell'opera vittata per le parti interne e dell'opera quadrata per le pareti esterne. Le testate dei pilastri sono in opera quadrata con piccoli blocchi di pietra lavica. I paramenti denotano una certa trascuratezza: i blocchetti in opera quadrata sono a taglio irregolare e appaiono in buona parte di riporto. Gli archi sono realizzati, esternamente, con grossi mattoni rettangolari dal taglio regolare e uniti da malta di buona qualità, mentre, internamente, sono fatti in opera cementizia a grosse scaglie radiali.

Singolare, nonostante la complessiva sobrietà dell'edificio, doveva apparire il contrasto cromatico tra la scurissima pietra lavica dei paramenti e il rosso dei mattoni delle ghiere degli archi. Una nota di prestigio era rappresentata dall'utilizzo del marmo, non solo per il rivestimento del podio, ma anche per alcune decorazioni, come le erme ai lati dell'ingresso principale dell'arena. Molto probabilmente, le gradinate dovevano essere in roccia calcarea, realizzando un forte gioco cromatico tra il bianco dei sedili e il nero delle scalette, così come supponibile dalle ricostruzioni coeve.

Ingresso

Allo scavo dell'anfiteatro si accede mediante una porta di ferro, decorata ad archetti traforati nel registro superiore e totalmente liscia nel registro inferiore. A decorazione del portone metallico, vennero recuperati, nel 1906, alcuni frammenti di colonne marmoree, che in origine dovevano costituire parte del loggiato superiore, 2 capitelli ionici frammentari e parte di un architrave, sulla quale fu incisa la scritta AMPHITHEATRVM INSIGNE.

L'ingresso è così formato: al centro il portone metallico, i cui stipiti sono le colonne con capitello, coronato dall'architrave, le restanti 2 colonne sono situate nelle due estremità laterali e, inserite tra queste e quelle centrali, vi sono due pareti in pietra recanti gli epitaffi simbolici di due illustri personaggi di epoca greca, legati a questa zona, Caronda a sinistra, ricordato anche dall'omonima via, e Stesicoro a destra, che diede il nome in antico alla via Etnea, i quali furono composti dal poeta Mario Rapisardi. La tradizione vuole che il sepolcro di costoro fosse propriamente nella zona prossima all'anfiteatro.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Piazza del Duomo (Catania)

Piazza della cattedrale · Catania

Piazza del Duomo (Catania)

Piazza del Duomo di Catania è la principale piazza della città.

In essa confluiscono tre strade, ovvero la via Etnea, la storica asse cittadina, la via Giuseppe Garibaldi e la via Vittorio Emanuele II che la attraversa da est ad ovest. Sul lato orientale della piazza sorge il Duomo, dedicato alla patrona della città festeggiata il 5 febbraio.

Leggi tutto su Piazza del Duomo (Catania) (271 parole)
Storia e descrizione

Sul lato nord si trova il Palazzo degli Elefanti, il municipio. Dall'altro lato vi sono la Fontana dell'Amenano (detta popolarmente Acqua o' Linzolu) e accanto il Palazzo del Seminario dei Chierici, contiguo con la Porta Uzeda, che oggi ospita il Museo diocesano di Catania (nella parte attigua al Duomo).

Al centro della piazza si trova il simbolo di Catania, ovvero la Fontana dell'Elefante, detta popolarmente "u Liotru": una statua in pietra lavica raffigurante un elefante, sormontato da un obelisco, posta al centro di una fontana in marmo più volte rimaneggiata.

Sotto la piazza invece, si trovano le terme Achilliane: delle strutture termali sotterranee datate al IV secolo e a 4-5 m al di sotto della superficie, alle quali si accede tramite una breve gradinata (posta tra il Duomo e il Palazzo dei Chierici) di epoche diverse: un corridoio con volta a botte, ricavato nell'intercapedine tra le strutture romane e le fondamenta della cattedrale, consente di fare un viaggio nelle viscere della città, nelle quali scorre il fiume Amenano, le cui acque risalgono in superficie nella vicina fontana. Il nome dell'impianto è dedotto da un'iscrizione su una lastra di marmo lunense ridottasi in 6 frammenti principali molto lacunosi, risalente probabilmente alla prima metà del V secolo, oggi esposta all'interno del Museo civico del Castello Ursino.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Biscari

Palazzo · Catania

Palazzo Biscari

Palazzo Bìscari, noto anche come Palazzo Biscari alla Marina (per non confonderlo con il Palazzotto Biscari alla Collegiata), è il più importante palazzo privato di Catania, situato nel quartiere Civita al centro storico.

== Storia ==

Leggi tutto su Palazzo Biscari (526 parole)

Il palazzo venne realizzato per volere della famiglia Paternò Castello dei principi di Biscari a partire dalla fine del Seicento e per gran parte del secolo successivo, in seguito al Terremoto del Val di Noto dell'11 gennaio 1693. Il nuovo palazzo venne edificato sulle Mura di cinta di Catania, costruite nel Cinquecento per volere del Sacro Romano Imperatore Carlo V, che avevano in parte resistito alla furia del terremoto: i Biscari furono una delle poche famiglie aristocratiche della città che ottenne il permesso regio di costruire su di esse.

La parte più antica del palazzo fu costruita per volere di Ignazio, III principe di Biscari, che affidò il progetto all'architetto Alonzo Di Benedetto, ma fu il figlio di Ignazio, Vincenzo, succeduto al padre nel 1699, a commissionare la decorazione dei sette splendidi finestroni affacciati sulla Marina, opera dello scultore messinese Antonino Amato. Successivamente il palazzo fu modificato per volere di Ignazio Paternò Castello, V principe di Biscari, il quale lo fece ampliare verso est in base ad un progetto dell'architetto Girolamo Palazzotto e, successivamente, dell'architetto Francesco Battaglia. Tra gli artisti chiamati al perfezionamento degli ambienti vi è Giovanni Battista Piparo per alcuni affreschi. L'edificio fu ultimato nel 1763 ed inaugurato con grandiosi festeggiamenti.

Tra i celebri visitatori del palazzo si ricorda soprattutto lo scrittore Johann Wolfgang Goethe che, nel corso del suo viaggio in Italia, venne ricevuto dal principe di Biscari il 3 maggio 1787, poco dopo la morte del padre Ignazio.

Agli inizi del 2008 il palazzo ha fatto da sfondo al videoclip della canzone Violet Hill della band inglese Coldplay.

Da non confondere con Palazzotto Biscari alla Collegiata, prospiciente via Etnea.

Descrizione
Facciata

Abbondanza, Prosperità, Fertilità e Saggezza sono i temi raffigurati nei gruppi allegorici delle decorazioni del prospetto esterno.

Interno

Al palazzo si accede attraverso un grande portale su via Museo Biscari, che immette nel cortile centrale, adorno di una grande scala a tenaglia.

Ambulacro;

Quadreria:

Sala dei Feudi: ambiente con alle pareti grandi tele rappresentanti i numerosi feudi dei Biscari;

Sala dei ritratti di famiglia.

Salone delle feste o Salone centrale: ambiente in stile Rococò dalla complessa decorazione fatta di specchi stucchi e affreschi dipinti da Matteo Desiderato e Sebastiano Lo Monaco e Luigi Mayer. Il cupolino centrale era usato come alloggiamento dell'orchestra, ed è coperto da un affresco raffigurante la Gloria della famiglia Paternò Castello di Biscari. Si accede alla cupola attraverso una scala decorata a stucco (che il principe Ignazio chiamò "a fiocco di nuvola") all'interno della grande galleria affacciata sulla Marina.

Appartamenti della principessa: appartamenti costruiti da Ignazio V per la moglie, Anna Maria Morso e Bonanno, dei principi del Poggioreale, con boiseries di legni intarsiati e pavimenti di marmo di epoca romana;

Galleria degli Uccelli;

Stanza di Don Chisciotte.

Museo Biscari, dove un tempo era raccolta la grande collezione archeologica del mecenate Ignazio Paternò Castello, V principe di Biscari, grande studioso, archeologo e amante delle arti in genere; dal 1927 la collezione è sita in parte al Museo civico al Castello Ursino.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Orari
Mo-Sa 10:00-13:00
Telefono
+39 095 32872 01
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.palazzobiscari.it

La voce completa su Wikipedia

Chiesa di San Giuliano (Catania)

Chiesa · Catania

Chiesa di San Giuliano (Catania)

La Chiesa di San Giuliano è una chiesa di Catania tardo-barocca, sita nel lato est di via dei Crociferi, nell'omonimo quartiere San Giuliano.

La chiesa è una delle quattro principali chiese-monastero barocche su questa strada; le altre sono San Francesco Borgia, San Benedetto e San Camillo.

Leggi tutto su Chiesa di San Giuliano (Catania) (1.065 parole)
Storia
Epoca romano-bizantina

Il sito attuale della chiesa, ubicato nella primitiva area greco-romana della città di Catania, sorge sui ruderi di un tempio pagano.

Dal primitivo eremo fuori le mura, ubicato invece sulla collina di Santa Sofia fin dal VI secolo d.C., le monache eremite di Santa Sofia si trasferiscono dentro la città all'inizio del XIII secolo nel quartiere Civita presso la Chiesa di Santa Venera, verosimilmente ubicata nell'attuale sito della Chiesa di San Gaetano alla Marina, fondando un Monastero di Clausura sotto il titolo di "San Giuliano".

Secondo quanto riportato dall'annuario catanese del 1690, l'iniziativa risale al monaco benedettino padre Rainaldo Scalciato.

Epoca aragonese-spagnola

Il Monastero è stato riedificato nello stesso luogo dopo il disastroso Terremoto del Val di Noto del 1693, che uccise 60 delle 74 monache. Le religiose benedettine decisero di spostarsi in un'area più centrale ubicata tra la "Strada Giuseppe Lanza, duca di Camastra", (denominata poi "Via Abramo Lincoln" e successivamente "Via Antonino di San Giuliano"), e la "Via dei Crociferi", denominata all'epoca "Via dei Tre Santi", dove erano ubicate le fabbriche dell'Ospedale San Marco, che saranno permutate nel 1709, insieme alla chiesa annessa, con il vecchio monastero benedettino.

Il finanziamento per la costruzione della nuova chiesa è registrato nell'anno 1735, tuttavia l'acquisto dei rimanenti terreni necessari all'edificazione risale al 1739.

Epoca borbonica

La ricostruzione fu avviata nel 1741 dall'architetto Giuseppe Palazzotto, probabilmente autore di un progetto di ampliamento e rielaborazione spaziale della pianta ideata dal padre crocifero Vincenzo Caffarelli, mentre allo scultore Gaspare Ciriaci fu affidato l'incarico di realizzare il prospetto. Tra il 1743 ed il 1749 è stata completata la facciata su Via dei Crociferi, ispirata a modelli del barocco romano. L'intero edificio fu completato intorno al 1754, corredato nella prima metà dell'Ottocento dal sagrato e dall'elegante cancellata in ferro battuto.

Epoca contemporanea

L'8 aprile 1863 avvenne la solenne consacrazione presieduta dall'arcivescovo Salvatore Ventimiglia.

Il complesso monastico, in seguito all'emanazione delle leggi eversive dell'asse ecclesiastico concernenti la soppressione delle corporazioni religiose, perviene nella seconda metà dell'Ottocento all'amministrazione del Fondo degli Edifici di Culto del Ministero dell'Interno, che lo cedette al Comune di Catania nel 1875.

Dal 1920 il Comune di Catania ristruttura la parte di edificio di sua proprietà e lo destina alla polizia urbana, annona, ufficio del lavoro e leva, nonché sede della federazione dei sindacati fascisti.

Il 25 ottobre 1928 la chiesa fu concessa alla Diocesi di Catania e, per la sua rilevanza culturale, fu sottoposta a vincolo monumentale di interesse storico-artistico nel 1937, divenendo oggetto, fino ad oggi, di diversi progetti ed interventi di restauro da parte della Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Catania.

L'ala ancora a gestione comunale venne nel 1937 adibita a caserma, intitolata a Mussolini e denominata caserma Dux, su progetto dell'ingegnere Luigi Marletta. L'intervento comportò la demolizione di giardino, fontanta centrale e l'ingresso in stile barocco.

Nel 1939 fu restaurata dai Cavalieri dell'Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme della sezione di Catania.

Nel 1944, l'arcivescovo Carmelo Patanè, con proprio rescritto, le conferì il titolo di «Chiesa Capitolare dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro».

Nel 1948, gli spazi della caserma vennero ceduti ad uso della Camera del Lavoro.

Descrizione

La chiesa si trova di fronte al Collegio dei Gesuiti ed è contornata da una preziosa cancellata in ferro battuto. La sua facciata convessa e le sue linee semplici le danno un aspetto di rara eleganza.

Impianto a croce greca, pianta ad ottagono allungato e bracci absidati, aula unica coperta dalla cupola e ornata da stucchi, cornici e modanature con profili in oro zecchino. Vestibolo di ingresso sormontato da cantoria, schermata da raffinatissime grate. Inferiormente al vestibolo, è collocata la cripta, per la sepoltura delle stesse religiose. L'aula è impreziosita dal pavimento settecentesco con raffinati disegni in marmi policromi, opera dello scultore Giovan Battista Marino.

La facciata è probabilmente progettata per essere inscritta in un cerchio ed un esagono regolare. Simili rapporti geometrici sono presenti in altri elementi dell'architettura della chiesa.

La cupola, accessibile anche ai visitatori, costituisce la seconda cupola più alta della città, dopo quella del monastero dei Benedettini.

Interno
Pareti laterali

Sui quattro altari, ridisegnati alla fine del settecento dall'architetto Antonino Battaglia:

Cappella della Madonna delle Grazie: Madonna delle Grazie raffigurata con San Giuseppe e San Benedetto, dipinto opera di Olivio Sozzi.

Cappella di Sant'Antonio Abate: Sant'Antonio Abate in estasi, dipinto opera di Pietro Abbadessa.

Cappella di San Giuliano: San Giuliano con raffigurazioni di scene della sua vita, dipinto di autore ignoto del Settecento.

Cappella del Santissimo Crocifisso: Crocifisso, manufatto in alabastro, collocato al di sopra del gruppo statuario raffigurante la Crocifissione con Maria Addolorata, San Giovanni Evangelista e Santa Maria Maddalena.

Altare maggiore

Nell'abside si eleva su gradini il sontuoso altare maggiore, rivestito in marmi policromi, con elementi in bronzo dorato, realizzato dallo scultore Giovan Battista Marino su modello attribuito a Giovanni Battista Vaccarini. La sopraelevazione è caratterizzata dalle statue allegoriche della Fede e della Carità collocate ai lati, e da due angeli adoranti sul gradino dell'ordine superiore, rivolti verso il raffinato tronetto, opera di Nicolò Mignemi ed espone un'antica croce dipinta.

L'insieme è sovrastato da un baldacchino coronato che raccoglie imponente lo spazio presbiteriale. Nel catino absidale è riprodotto il Dio Padre, la cupola è decorata con la raffigurazione di Dio Padre e San Pietro che consegna l'Evangelo a San Berillo, affreschi realizzati entrambi nel 1842 dal pittore Giuseppe Rapisardi.

Cripta

Ambiente deputato alla sepoltura delle religiose del monastero.

Monastero

Monastero femminile dell'Ordine benedettino sotto il titolo di «San Giuliano».

Prima del terremoto del Val di Noto del 1693 i monasteri cittadini erano quattordici, il vescovo Andrea Riggio li ridusse a sei. Accomunati dalla regola di San Benedetto quelli titolati a «San Placido», «San Giuliano», «Santissima Trinità», «San Benedetto» e «Sant'Agata», il sesto condotto secondo la regola serafica di San Francesco si titolava a «Santa Chiara». Quasi tutte le monache dei sei monasteri appartenevano al patriziato catanese o alla ricca borghesia.

1664, Busto di San Giuliano, opera dell'argentiere messinese Didaco Rizzo su commissione della badessa suor Girolma Gioieni, custodito nel Museo diocesano di Catania.

OESSH

Luoghi sacri di Sicilia custoditi dall'Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro di Gerusalemme:

Chiesa di Sant'Andrea a Piazza Armerina

Chiesa capitolare di San Cataldo di Palermo

Oratorio di Santa Caterina d'Alessandria di Palermo

Chiesa dell'Immacolata Concezione o dell'Immacolatella di Trapani

Chiese a vario titolo correlate all'Ordo Equestris Sancti Sepulcri Hierosolymitani (OESSH):

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo degli Elefanti

Palazzo italiano · Catania

Palazzo degli Elefanti

Il palazzo degli Elefanti (già palazzo Senatorio, per via del Senato Civico, l'antico nome del Consiglio Comunale) è un edificio storico di Catania, di cui svolge la funzione di municipio: esso è situato sul lato nord della scenografica piazza del Duomo, ha accanto la Cattedrale di Sant'Agata e di fronte il Palazzo del Seminario dei Chierici. Al centro della piazza, fra i 2 palazzi, vi è anche la Fontana dell'Elefante.

== Storia ==

Leggi tutto su Palazzo degli Elefanti (951 parole)
Epoca aragonese

Il primitivo edificio, posto sul luogo dell’attuale municipio, era chiamato Palazzo Senatorio o Casa Senatoria o Loggia Senatoria o Loggia Medievale, o semplicemente loggia, e aveva la funzione di archivio comunale. I rappresentanti cittadini si riunivano nel peristilio e, talvolta, tra le sue mura si adunava il parlamento siciliano (le assise documentate: 1281, 1296, 1336, 1353, 1397, 1416, 1460, 1475, 1478, 1494, 1552, 1566).

L’edificio, appartenente al sacro recinto al pari degli altri edifici adiacenti, era definito genericamente col termine di cattedrale, per indicare espressamente il luogo dove si svolgevano le assise e le curiae generales convocate dal sovrano. Le sessioni itineranti del parlamento, tenute nelle fedeli roccaforti di Catania, Messina e altre città demaniali o regie della costa orientale siciliana, erano motivate dalla rivalità tra la fazione latina e quella catalana, rivalità fomentata dai vari esponenti della famiglia Chiaramonte, nucleo dichiaratamente ostile ai membri di Casa d'Aragona.

Alla stessa stregua delle signorie rinascimentali della penisola italiana, il Gran Loggiato destinato alle adunanze pubbliche, a Catania, si perfezionò col termine di loggia o portico, appellativo utilizzato per identificare il Palazzo Pubblico. Nel XV secolo Lope III Ximénez, viceré di Sicilia, dispose che i libri dei privilegi della città e le scritture varie, ascrivibili ai sovrani aragonesi e alla regina Bianca di Navarra, fossero raccolti in ogni parte del regno per essere custoditi negli archivi di questo stabile.

Epoca spagnola

I tumulti di Catania, iniziati il 27 maggio 1647, come locale espressione della rivolta antispagnola siciliana, determinarono la parziale distruzione e il depauperamento dell’archivio cittadino.

Alla sua ricostruzione, nel 1696, dopo il terribile terremoto del 1693 che distrusse completamente la struttura, parteciparono numerosi architetti: il progetto originale fu realizzato da Giovan Battista Longobardo, con la collaborazione dell'architetto Vincenzo Caffarelli dell'Ordine dei Crociferi e, dopo il 1757, il progetto fu dell'architetto Giuseppe Palazzotto.

Lo scalone d'onore che si apre sulla corte interna fu realizzato nel XIX secolo da Stefano Ittar.

Epoca contemporanea

Il 14 dicembre 1944 il municipio fu incendiato da un gruppo di manifestanti contro la leva militare obbligatoria, per lo più giovani spinti dal Movimento per l'Indipendenza della Sicilia: l'evento determinò la perdita dei preziosi archivi storici del Comune e di cimeli custoditi nel "Museo del Risorgimento", istituzione ospitata in alcuni ambienti del palazzo.

Dopo l'incendio, le sale interne furono nuovamente arredate nello stile originario e l'edificio fu riaperto il 14 dicembre 1952, ottavo anniversario dell'incendio. Nel 1953, in seguito ai successivi lavori di ristrutturazione, il palazzo è stato adibito nuovamente a sede del municipio.

Esterno

L'edificio ha un impianto rettangolare con sviluppo maggiore sull'asse nord - sud, 3 elevazioni che comprendono il piano nobile al livello intermedio. Prospetta sulla barocca Piazza Duomo, ove fronteggia il Liotru e il Palazzo del Seminario dei Chierici. L'ingresso principale rivolto a mezzogiorno, si apre su via Vittorio Emanuele II (già Strada Reale), quello orientale, corrispondente all'ala con sviluppo maggiore, si apre su via Etnea (già via Uzeda).

Il prospetto meridionale e quello corrispondente presentano una teoria di 3 imposte per ala e livello, quello orientale e quello opposto, invece, 5. Le partizioni, scandite da lesene, mostrano finestre ornate con timpano ad arco al piano terra, finestre-balconi balaustrate, arricchite da timpano triangolare spezzato al secondo piano e semplici finestre con cornice e ringhiera con colonnine al terzo.

La facciata d'impronta barocca presenta pilastri - paraste arricchiti alla base da bugne a diamante e a cuscino fino al primo piano, proseguono a mo' di lesene piatte e lisce fino all'architrave della trabeazione, senza capitelli. Il severo bugnato del primo ordine si equilibra coi caldi intonaci e le nervature verticali, realizzate insieme agli ornati in bianca pietra calcarea di Siracusa.

Il portale è compreso tra coppie di colonne binate in granito, collocate su alti plinti, che sorreggono il grande balcone centrale. Sulle mensole aggettanti dell'importante architrave, si stagliano le statue raffiguranti la Giustizia e la Fede, grande stemma intermedio recante le armi della Città di Catania. Ai lati della cornice sono murate 2 targhe commemorative.

Piano terra

Nell'androne sud del palazzo sono custodite 2 carrozze del XVIII secolo, di cui una berlina, usata durante i cortei, nell'ambito dei festeggiamenti di sant'Agata, per condurre il sindaco alla chiesa di Sant'Agata alla Fornace per la processione del 3 febbraio, volta a rinnovare l'offerta della cera, riproposizione del voto del «Senato di Catania» all'amata patrona e protettrice.

Cortile

Contrariamente allo sviluppo perimetrale esterno, il cortile interno si articola in lunghezza sull'asse est-ovest con i portici settentrionale e meridionale di 5 arcate, ciascuno poggianti su pilastri. Nel cortile e negli altri androni sono esposti alcuni reperti di varie epoche e opere d'arte contemporanea, spicca imponente e solitario nell'androne ovest il monoblocco detto Pietra del Malconsiglio.

XV secolo, Sant'Agata, busto.

XIX secolo, Genio di Catania, bassorilievo marmoreo, opera di Antonio Calì.

?, Epigrafe, lapide con elenco delle solennità da osservarsi da parte del "Senato di Catania".

1985, Giovanni Battista Vaccarini, medaglione bronzeo raffigurante l'artista, opera di Antonio Brancato.

Piano nobile

Scalone d'onore.

Sala Bellini

Sala Giunta intitolata a Giuseppe Sciuti.

Salone. Nel Cammarone settecentesco sono documentati affreschi realizzati da Giovanni Battista Piparo.

Nel salone d'onore ed altri ambienti al primo piano sono custoditi dipinti opere del pittore catanese Giuseppe Sciuti:

1890, Episodio della spedizione di Pisacane a Sapri, olio su tela.

1894, Restauratio Aerarii, olio su tela, Salone Bellini.

1903?, San Sebastiano dopo il primo martirio, olio su tela.

1906, Giulio Cesare, olio su tela, pianerottolo scalone.

1908, Presepe, olio su tela.

?, Adultera, olio su tela, Sala Giunta.

Opere d'arte di Emilio Greco, Francesco Contraffatto.

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Chiesa di San Placido

Chiesa · Catania

Chiesa di San Placido

La chiesa di San Placido si trova a Catania, nell'omonima piazza nel quartiere Civita, e nelle immediate vicinanze di palazzo Biscari e della cattedrale di Sant'Agata.

== Storia ==

Leggi tutto su Chiesa di San Placido (699 parole)
Epoca romano - bizantina

Al tempo dei romani il sito era occupato da un tempio pagano dedicato a Bacco.

Epoca aragonese

La prima fondazione risalirebbe, secondo il Rasà, al 1409, anno in cui la regina Bianca, figlia del re di Navarra, sposa di re Martino, alle sue seconde nozze, e vicaria del Regno di Sicilia, donò preziosi arredi sacri al monastero delle monache benedettine, ancora da erigere, forse rimanendo a lungo ospite delle consorelle.

Inoltre, nel XV secolo anche Ximene e Paola di Lerida - "coniugi di gran pietà e di nobile e ricco casato catanese" - contribuirono finanziariamente alla costruzione del monastero di San Placido, anche se l'atto di fondazione, datato 4 dicembre 1420, dimostra che fu donna Paola, ormai vedova, la sola ispiratrice della fondazione della casa religiosa.

L'edificazione avvenne sulle rovine di un antico tempio pagano dedicato al dio Bacco, luogo di culto per la tradizione religiosa catanese, poiché si diceva che un tempo vi sorgesse la casa natale di sant'Agata, patrona della città.

Epoca spagnola

La chiesa fu rasa al suolo dal catastrofico terremoto del Val di Noto del 1693, che distrusse la città di Catania e la Sicilia sud - orientale.

Su iniziativa delle uniche tre monache che scamparono alla morte dopo il sisma, fu avviata la ricostruzione, affidata all'architetto Stefano Ittar, e la nuova chiesa venne consacrata nel 1723.

Epoca contemporanea

Nel 1976 il tempio fu chiuso al culto in seguito al riscontro di seri problemi di stabilità della struttura e, dopo circa tre anni di lavori di consolidamento, fu riaperto al culto nel 1979.

Descrizione
Esterno

Il prospetto della chiesa, in classico stile barocco siciliano, si erge in Piazza San Placido ed è realizzato in pietra bianca di Taormina. La facciata è concava al centro e termina ai lati con due puntoni acuti. Ai lati dell'unica porta di accesso sono poste due statue di San Placido e San Benedetto, ai lati, in dimensione più piccola, quelle di Santa Scolastica e Santa Geltrude, opera dello scultore Carmelo Distefano da Chiaramonte Gulfi (I metà sec XIX). La facciata è recintata da un'artistica inferriata in ferro battuto, di forma convessa, portante al centro lo stemma di san Benedetto.

Sulla sommità della facciata vi è una torre campanaria dotata di tre campane.

Il prospetto è impreziosito da sculture, bassorilievi e finestre dotate di grate.

Nella controfacciata, sopra la porta d'ingresso, è collocato l'organo dotato di cantoria nascosta da una grata dorata.

Interno

La chiesa è ad unica navata e lungo le sue pareti laterali sono poste delle semi-colonne scanalate. Le pareti sono impreziosite da marmi e stucchi dorati. I quattro altari laterali sono mornati da bassorilievi marmorei e dotati di quattro grandi dipinti dei pittori Michele Rapisardi e Giuseppe Napoli.

Parete destra

Prima campata: Cappella di San Benedetto. Nell'edicola è collocato il dipinto raffigurante San Benedetto resuscita un contadino, dipinto opera di Michele De Napoli del 1859.

Seconda campata: varco.

Terza campata: Cappella dell'Immacolata Concezione. Nell'edicola è collocato il dipinto raffigurante l'Immacolata Concezione, dipinto opera di Michele Rapisardi.

Parete sinistra

Prima campata: Cappella di San Gedeone. Nell'edicola è collocato il dipinto raffigurante il Sacrificio di Gedeone, dipinto opera di Michele Rapisardi del 1858c.

Seconda campata: varco.

Terza campata: Cappella del Santissimo Crocifisso. Nell'edicola è collocato un Crocifisso.

Opere

1858c., Cena di Emmaus, dipinto opera di Michele Rapisardi.

XVIII secolo, Evangelisti, dipinto, opera documentata di Giovan Battista Piparo.

Presbiterio

L'altare maggiore è un marmo policromo ed è sostenuto da putti anch'essi in marmo. Sulle pareti laterali dell'abside sono posti due grandi dipinti di Michele Rapisardi e sullo sfondo dell'altare due dipinti del pittore Tullio Allegra.

Monastero benedettino di San Placido

In prossimità è documentata la Casa di Sant'Agata alla Civita.

Gli edifici inglobano i resti del palazzo nobiliare "alla marina" della famiglia dei Platamone.

Le strutture del monastero si incuneano tra l'odierna via Vittorio Emanuele II e via Museo Bìscari. Il grande chiostro, addossato alla parete destra del tempio, sviluppa la dimensione maggiore lungo l'asse E - W con porticati sorretti da pilastri (8 luci × 6). Inoltre, il grande ambiente con cortile pavimentato si presta a sede di manifestazioni culturali ed esposizioni, con il nome di "Casa, o Palazzo, della Cultura".

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Porta Garibaldi (Catania)

Porta cittadina · Catania

Porta Garibaldi (Catania)

La porta Ferdinandea, dopo il 1860 intitolata porta Garibaldi, è un arco trionfale costruito nel 1768, a Catania, su progetto di Stefano Ittar e Francesco Battaglia, per commemorare il centenario della storica eruzione del 1669, che aveva seppellito la zona ovest della città.

== Storia ==

Leggi tutto su Porta Garibaldi (Catania) (278 parole)

In quel periodo, Ferdinando I di Borbone e Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, convolarono a nozze e si decise di chiamare l'arco, Porta Ferdinandea, in onore dei due sovrani. Essa si trova tra piazza Palestro e piazza Crocifisso, al termine di via Giuseppe Garibaldi, nel quartiere Fortino, in dialetto catanese Furtinu.

Il monumento è realizzato alternando pietra bianca di Siracusa e blocchi di pietra lavica scura. In alto, al centro dell'arco, si trova un orologio circondato da simboli allegorici, tra cui un'aquila e un elefante, quest’ultimo è il simbolo di Catania. In origine, al posto di un orologio, vi era un busto marmoreo di re Ferdinando. Al secondo livello si trovano 2 angeli con trombe, mentre, al terzo, 2 trofei d'armi con raffigurazioni scultoree di armi e armature e vi sono scritte 2 frasi: una dice Litteris armatur (armato con le lettere) e l'altra Armis decoratur (decorato con le armi). Sul lato est, lo del timpano, raffigura una fenice che risorge dalle fiamme con un cartiglio che recita Melior de cinere surgo (Migliore dalle ceneri risorgo).

Il quartiere adiacente è chiamato 'u Furtinu in ricordo di un fortino costruito, nel XVII secolo, dal viceré Claude Lamoral, principe di Ligne, dopo l'eruzione lavica del 1669 che colpì la città su tutto il lato occidentale, distruggendo le mura medievali. Dell'opera di fortificazione che sorgeva a sud di piazza Palestro, ormai scomparsa, rimane solo una porta, in via Sacchero.

Alcuni palazzi collegati alla porta furono demoliti negli anni 1930.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo del Seminario dei Chierici

Palazzo · Catania

Palazzo del Seminario dei Chierici

Il palazzo del Seminario dei Chierici è un edificio storico di Catania, di cui svolge la funzione di municipio: esso è situato sul lato sud della scenografica piazza del Duomo, ha accanto la Cattedrale di Sant'Agata e di fronte il Palazzo degli Elefanti, anch’esso svolgente la funzione di municipio. Al centro della piazza, fra i due palazzi, vi è anche la Fontana dell'Elefante.

== Storia ==

Leggi tutto su Palazzo del Seminario dei Chierici (507 parole)

Dall’XI al XVI secolo l'area dell'attuale edificio era occupata, parzialmente, dalle strutture del primitivo palazzo del vescovo/abate benedettino, edificio eretto in prossimità del monastero dei canonici benedettini, nell’area compresa tra il muro meridionale della chiesa e la cinta muraria della città, contemporaneamente alla cattedrale.

Nel 1572, appena tre anni dopo dall'insediamento, il vescovo Antonio Faraone, sulla scia dei provvedimenti del predecessore, Nicola Maria Caracciolo, fa realizzare il Palazzo del Seminario dei Chierici. All'istituzione furono riservati alcuni ambienti, in precedenza occupati dai monaci canonici, e assegnate rendite sui proventi di alcuni beni.

A partire dal 1614 Bonaventura Secusio stabilì la sede del seminario nel palazzo attuale, che fronteggiava la Loggia Senatoria. L'edificio, che comprendeva la Porta Uzeda, fu parzialmente realizzato sulle mura di Carlo V, nonostante il divieto esplicito di Giuseppe Lanza, duca di Camastra, plenipotenziario alla ricostruzione della città, poiché la Chiesa voleva garantirsi il controllo delle mura cittadine.

Il 29 maggio 1647 i tumulti di Catania, iniziati il 27, locale espressione della rivolta antispagnola, provocarono danni alle strutture. Il patrimonio librario di Giovanni Battista de Grossis, professore dell'Università, attraverso il nipote Santoro Oliva, pervenne al Seminario.

Nel 1693 il palazzo fu totalmente distrutto dal terremoto del Val di Noto, per poi essere ricostruito sotto progetto dell’architetto Alonzo di Benedetto e ingrandito, nel 1757, da Francesco Battaglia.

Nel 1757 Salvatore Ventimiglia, principe di Belmonte e vicario generale a Palermo, dotò l'istituzione di eccellenti cattedre d'italiano, latino, greco, sacra eloquenza, algebra, teologia dogmatica e morale, filosofia, geometria e scienze naturali , e di una moderna stamperia.

Nella seconda metà del XIX secolo fu adibito anche a caserma militare, i seminaristi ne occupavano solo l'ala settentrionale. Nel 1866, l'architetto Mario Di Stefano, ampliò maggiormente la struttura realizzando il secondo piano.

A partire dal 1943, a causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, i seminaristi lasciarono questa sede per stabilirsi presso il seminario estivo di San Giovanni la Punta e in seguito nell'attuale seminario, inaugurato il 15 agosto del 1951.

Dopo i danni causati dall'incendio del 1944 al palazzo degli Elefanti, lo stabile fu acquisito dal Comune, di cui è stato sede dal 1945 al 1953, ospitando gli uffici del sindaco, del Consiglio, degli assessori e del corpo dei vigili urbani. Dal balcone centrale si sono affacciati nel tempo molti personaggi storici illustri, tra i quali il cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet, nel 1888, per benedire la città e Benito Mussolini, nel 1937, quando parlò da esso alla cittadinanza, durante la sua visita a Catania.

Oggi è sede del Museo diocesano e degli uffici finanziari comunali.

Esterno

Il prospetto è realizzato con inserti di bugnato, in pietra bianca d'Ispica, su un intonaco scuro realizzato con sabbia vulcanica. Notevoli i grandi finestroni della facciata, con timpano ad omega e le stupende mensole dei balconi del primo piano.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Fontana dell'Amenano

Fontana · Catania

Fontana dell'Amenano

La fontana dell'Amenano è una fontana monumentale del 1867 ubicata sul lato sud di piazza del Duomo, a Catania, in Sicilia.

== Storia ==

Leggi tutto su Fontana dell'Amenano (141 parole)

La fontana, realizzata in marmo di Carrara dallo scultore napoletano Tito Angelini, rappresenta il fiume Amenano come un giovane che tiene una cornucopia, dalla quale fuoriesce dell'acqua che si versa in una vasca dal bordo bombato. L'acqua, tracimando da questa vasca, produce un effetto cascata che dà la sensazione di un lenzuolo: da qui il modo di dire in siciliano "acqua a linzolu" per indicare la fontana. L'acqua che cade dalla vasca si riversa infine nel fiume sottostante, che scorre ad un livello di circa 2 metri sotto la piazza.

La fontana è collocata di fronte al palazzo degli Elefanti e accanto al Palazzo del Seminario dei Chierici; alle sue spalle una scalinata in pietra lavica conduce all'antico mercato cittadino della Pescheria.

Galleria

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo dell'Università (Catania)

Palazzo italiano · Catania

Palazzo dell'Università (Catania)

Il palazzo dell'Università di Catania è ubicato nella piazza omonima lungo la via Etnea. È sede del Rettorato dell'Ateneo civico.

== Il palazzo ==

Leggi tutto su Palazzo dell'Università (Catania) (352 parole)

Come la quasi totalità degli edifici di Catania, il palazzo dell'Università fu costruito dopo il disastroso Terremoto del Val di Noto del 1693. Alla sua costruzione concorsero diversi architetti fra i quali Francesco e Antonino Battaglia, e Giovanni Battista Vaccarini. Successivamente, a seguito del sisma del 1818 si rese necessario un ulteriore restauro che fu affidato all'architetto Antonino Battaglia. Questi modificò i prospetti laterali apponendo alle murature esistenti una controfacciata, adottando la stessa strategia adoperata dal padre, Francesco Battaglia, che foderò con un contromuro la facciata principale, lesionata dopo il terremoto del 1785. Ulteriori e significative riforme del piano terra, con modifiche degli accessi sulla strada, furono progettati dal prof. ing. Mario Di Stefano nel 1879.

L'edificio copre un intero isolato, come il vicino Palazzo degli Elefanti, con un cortile interno a forma di chiostro con porte originariamente aperte su tutti i quattro lati del palazzo.

Il palazzo possiede una splendida Aula magna affrescata da Giovanni Battista Piparo. Sulla parete che fa da sfondo al "podio accademico", è appeso un arazzo con lo stemma della dinastia di Aragona. Alla fine dell'Ottocento esisteva una pinacoteca notevole di 91 ritratti di uomini illustri della città, oggi parte della "Collezione storico-artistica" del Sistema Museale di Ateneo (SiMuA). La Biblioteca dell'Università conserva dei preziosi codici, incunaboli, manoscritti e lettere autografe oltre a 200.000 volumi.

La storia

L'Università di Catania fu fondata il 19 ottobre del 1434 da Alfonso il Magnanimo. La bolla pontificia di Eugenio IV che ne autorizzò la costituzione fu emanata il 18 aprile 1444. I corsi iniziarono il 19 ottobre 1445, con sei docenti e vennero inizialmente tenuti in una costruzione che sorgeva in piazza Duomo a fianco della Cattedrale di Sant'Agata, nei pressi dell'attuale Palazzo del Seminario dei Chierici.

Nel 1684, l'Università fu trasferita negli allora locali dell'ospedale San Marco nella zona Fiera. L'Università ebbe lì sede fino al terremoto del 1693 che distrusse, con la gran parte degli edifici catanesi, anche quello che ospitava l'Università.

Nel 1696, iniziarono i lavori per la costruzione del nuovo Palazzo dell'Università, che è rimasto la sede dell'Università di Catania sino a oggi.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Manganelli

Palazzo · Catania

Palazzo Manganelli

Palazzo Manganelli (anche conosciuto come Palazzo Grasso) è un antico e storico edificio di Catania, tra i più notevoli della città.

== Storia ==

Leggi tutto su Palazzo Manganelli (343 parole)

Il palazzo venne costruito su commissione della famiglia Tornambene nel XV secolo. Questo primo nucleo possedeva solo il piano nobile ed era quasi privo di decorazioni e fregi. Nel 1505 fu venduto ad Alvaro Paternò e Isabella, baroni di Sigona.

Il terremoto del 1693 lo danneggiò pesantemente, ma le mura perimetrali rimasero in piedi. Da queste il Palazzo Manganelli fu riattato da Antonio Paternò, che incaricò gli architetti Alonzo Di Benedetto e Felice Palazzotto di redigere un progetto di ricostruzione e ampliamento. Il cantiere iniziò il 1694.

Nel 1873 il terreno dell'attuale via di Sangiuliano venne portato al di sotto del livello del palazzo, che a causa di questo dovette subire un altro processo di ristrutturazione e assestamento ad opera di Ignazio Landolina. Risale a tale operazione l'aggiunta dell'ultimo piano.

In tale fase il complesso risultò inserito nei circuiti patrimoniali della famiglia Grasso, principi di Donnafugata, che ne mantenne la gestione e la disponibilità nell’ambito delle complesse ridefinizioni dei beni aristocratici catanesi del secondo Ottocento, rinominandolo ufficialmente Palazzo Grasso.

Il mobilio settecentesco andò perduto a seguito di saccheggi provocati dai garibaldini.

L'ultima operazione all'interno della struttura avvenne negli anni settanta del XIX secolo, quando una parte del secondo piano venne ridecorato secondo nuove concezioni architettoniche, dove lavorarono il pittore zafferanese Giuseppe Sciuti e il pittore fiorentino Ernesto Bellandi, noto per aver affrescato il Teatro Massimo Bellini di Catania.

Oggi si presenta come un'architettura in stile tardo barocco, con un notevole giardino pensile disposto su due livelli collegati da una scalinata, il tutto poggiante sulle antiche mura della città, avente due fontane e un ninfeo. Dai Paternò, principi di Sperlinga e Manganelli, passò prima ai Grasso, principi di Donnafugata e Bracciano per poi pervenire in successione ai Principi Borghese di Roma per il matrimonio di donna Angela Paternò, VII principessa di Sperlinga dei Manganelli (dama di corte della Regina d'Italia Maria José di Savoia) con don Flavio Borghese, XII principe di Sulmona (avvenuto nel 1927).

Galleria d'immagini

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo Gioeni

Palazzo italiano · Catania

Palazzo Gioeni

Il Palazzo Gioeni Asmundo si trova sulla via Etnea a Catania ad angolo con la Piazza dell'Università.

== Storia ==

Leggi tutto su Palazzo Gioeni (102 parole)

Il palazzo venne costruito nel 1743, molto probabilmente su progetto dell'architetto Gian Battista Vaccarini, in stile barocco siciliano. Venne commissionato dal duca Gioeni d'Angiò quale palazzo di famiglia. L'ingresso principale si apre sulla piazza dell'Università ed è contornato da un ricco portale in pietra bianca. Il palazzo venne ristrutturato intorno agli anni sessanta del XX secolo divenendo sede di un grande magazzino. Nel palazzo venne ospitato lo scrittore tedesco Johann Wolfgang von Goethe nel corso del suo soggiorno a Catania durante il suo viaggio in Italia.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo San Giuliano

Palazzo · Catania

Palazzo San Giuliano

Il palazzo Sangiuliano è situato in piazza dell'Università a Catania, di fronte alla sede dell'Università. Ospita gli uffici amministrativi dell'Università degli Studi di Catania.

== Storia ==

Leggi tutto su Palazzo San Giuliano (929 parole)

Il palazzo è sito nell'area della fera lunaris, cioè la zona dove prima del terremoto del Val di Noto del 1693 si teneva il mercato del lunedì. Prima del sisma, vi era iniziata la costruzione del nuovo Collegio dei Gesuiti, ma dopo di esso non fu più possibile procedere a causa della contrarietà sia dai padri del convento di Santa Caterina, sia delle monache del monastero di Sant'Agata, per il timore di sguardi indiscreti, sia dall'Università, nonostante la speranza dei Gesuiti che gli studenti potessero fruire tanto della cultura quanto della religione. Il collegio dovette quindi ripiegare e ricostruire nella sede del collegio antico, acquisendo dei terreni di proprietà della famiglia Asmundo. Antonino Paternò Castello barone di Mandrascate, che nel 1693 aveva sposato Giulia Asmundo, chiese e ottenne dalla Regia Curia l'assegnazione del terreno di proprietà dei Gesuiti nella fera lunaris, con le case diroccate e poi ricostruite che vi sorgevano, in virtù di crediti vantati nei confronti del collegio. Inoltre, nel 1702 Antonino Paternò Castello ottenne, grazie alla discendenza della moglie, il titolo di primo marchese di San Giuliano della famiglia Paternò Castello.

Avendo già acquistato nel 1731 forniture di calce e rena rossa, il primogenito di Asmundo, Orazio Paternò Castello e Asmundo secondo marchese di san Giuliano, decise nel 1735 di costruire il suo grande palazzo e incaricò l'architetto e abate Giovanni Battista Vaccarini di redigere il progetto. I lavori vennero avviati il 20 dicembre 1738 quando Orazio, divenuto capitano di giustizia della città, li affidò a Domenico Battaglia e Ignazio Boscarino. La costruzione del "Quarto di Levante" fu ultimata il 17 novembre 1741, ma i lavori proseguirono con l'acquisto e la demolizione di ulteriori case nella contrada dell'Ogninella. Il portale fu progettato nel 1745 da Vaccarini, col riutilizzo di colonne di marmo, ritenute di epoca classica, del monastero della Santissima Trinità e della Cattedrale, mentre nel 1746 furono avviati i lavori per l'ala di levante con l'acquisto di ulteriori terreni. Dal 1747 al 1750 i lavori furono sospesi per l'allontanamento di Vaccarini, trasferitosi a Palermo, che aveva completato solo il piano terra e il piano ammezzato. A sostituirlo fu chiamato dal 1751 fino alla sua morte nel 1764 Giuseppe Palazzotto, che si limitò a seguire il progetto di Vaccarini intervenendo solo per completare alcuni dettagli. I lavori ripresero nel 1768 con Stefano Ittar, sempre seguendo il progetto di Vaccarini, e si conclusero nel 1774. Nel frattempo, a Orazio, morto nel 1770, era subentrato il primogenito Antonino, suo erede universale.

Alla conclusione dei lavori, il palazzo presentava a nord un piano terra, un piano ammezzato con balconcini, il piano nobile e l'ultimo piano, mentre il corpo sud presentava esclusivamente il piano terra e il primo piano e quello est solo tre piani. Al piano terra il palazzo presentava a nord la cantina, a sud le stalle e il magazzino, a ovest le botteghe, che venivano affittate, come di consueto, agli artigiani locali. Al primo piano si collocavano le stanze al di sopra delle botteghe dette intrasoli, con affaccio sull'esterno, e gli uffici del marchese, mentre il secondo piano era diviso in due quarti, uno a ovest dedicato al marchese e uno a est dedicato al primogenito. Il marchese riuscì inoltre ad evitare che il nuovo campanile della chiesa dell'Ogninella venisse collocato di fronte alle sue camere da letto.

Nel 1863 una ristrutturazione aggiunse i due piani mancanti nel corpo sud e rese abitabile il sottotetto, oltre a livellare il fondo stradale come fatto in Piazza Università e in via San Giuliano, ricavando così un piano ulteriore a est. Nel 1885 Antonino Paternò Castello, già sindaco di Catania e poi senatore e ministro del Regno d'Italia, ereditò il palazzo da suo padre e vi ospitò diversi illustri personaggi, le cui visite sono ricordate dalle lapidi affisse all'ingresso: nel 1880 Carlo Ludovico d'Asburgo-Lorena e sua moglie Maria Teresa; nel 1881 il re Umberto I con la regina Margherita e il principe Vittorio Emanuele; nel 1909 Edoardo VII del Regno Unito e consorte, nonché la zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova.

Non vivendo a Catania e quindi non avendo bisogno di abitare nel palazzo, Antonino Paternò Castello poté trasformare la cantina a nord in un teatro, rendendo porte le preesistenti finestre: si trattava del Teatro Machiavelli, fondato da Angelo Grasso e costruito in legno, con una capacità di 600 spettatori. Al Machiavelli mosse i primi passi sul palcoscenico il figlio del fondatore, Giovanni, e vi recitava l'attore catanese Angelo Musco. Il piano ammezzato e la mansarda vennero invece destinati al Grand Hotel Central de la Couronne, poi Hotel Bristol, con una capacità di 60 camere. Tra fine '800 e inizio '900 le facciate su tutti i lati andarono incontro a diverse trasformazioni.

Nel 1914 il Credito Italiano prese in affitto delle aree del palazzo, per poi acquistarlo interamente nel 1918 dagli eredi del marchese, costretti a vendere perché indebitati, per l'importo di 1.270.000 lire. È proprio ad opera del Credito Italiano l'attuale balaustrata che corona il tetto, inserita nel 1934. Il palazzo fu poi affittato all'Università degli Studi di Catania il 2 novembre 1967, che lo acquisì il 1º ottobre 1980 e sostituì la scritta sulla balaustra. Attualmente è impiegato come sede degli uffici amministrativi dell'università.

Descrizione

Di particolare interesse è il partito centrale con il maestoso portone e la tribuna d'onore soprastante, di sicura ideazione vaccariniana. Costruito con vari marmi policromi, il portone è fiancheggiato da due colonne di marmo. Al culmine dell'arco è posto un doppio stemma, a sinistra dei Paternò Castello, committenti del palazzo, a destra quello degli Asmundo. Dello stesso Vaccarini è l'invenzione dell'originale scalinata a due rampe con portico a colonne posto in fondo alla corte interna in asse con il portone.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Palazzo delle Poste (Catania)

Palazzo · Catania

Palazzo delle Poste (Catania)

Il Palazzo delle Poste di Catania è un edificio pubblico. La facciata d'ingresso è posta ad angolo in via Etnea ed è adiacente al principale cancello d'entrata della Villa Bellini.

== Il palazzo ==

Leggi tutto su Palazzo delle Poste (Catania) (179 parole)

Fu progettato nel 1919 dall'architetto Francesco Fichera e ultimato il 28 ottobre 1929. Venne inaugurato dal re Vittorio Emanuele III il 4 maggio del 1930. Il palazzo occupa un intero isolato. La planimetria inverte lo schema distributivo abituale utilizzato per gli uffici postali (con gli spazi per il pubblico al centro e gli uffici nelle parti periferiche). Nel nuovo schema utilizzato per l'edificio catanese gli spazi riservati al pubblico si trovano nell'anello esterno mentre l'anello interno è occupato dagli uffici di smistamento che si affacciano sulla corte, il punto di arrivo e di partenza del materiale postale. Il piano rialzato è occupato dagli sportelli per il pubblico che si sviluppano per oltre 1.000 m² lungo il perimetro dell'edificio come delle gallerie illuminate da grandi finestroni, mentre i due piani superiori sono occupati dagli uffici.

Il suo prospetto è molto movimentato con l'inserimento di pietre di colori diversi. Fra esse spicca la pietra lavica e la pietra bianca di Ispica.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Garage Musmeci

Palazzo · Catania

Garage Musmeci

Il Garage Musmeci (dizione a cadenza siciliana) o Musumeci (cadenza italiana), è un palazzo di Catania situato in piazza Giovanni Bovio. Fu disegnato e costruito nel 1928 dall'architetto Francesco Fichera, attraverso uno schema linguistico caro al progettista che fondeva tradizione e modernità.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Clinica Clementi

Palazzo · Catania

Clinica Clementi

L'ex clinica Clementi è uno storico edificio di Catania, situato in Piazza Santa Maria di Gesù.

== Storia ==

Leggi tutto su Clinica Clementi (68 parole)

L'edificio venne eretto tra il 1901 e il 1904 secondo i progetti dall'architetto Carlo Sada. A commissionarne la costruzione fu Gesualdo Clementi, chirurgo e rettore dell’Università di Catania. L'edificio, inaugurato il 17 gennaio 1904, ospitò un sanatorio per pazienti chirurgici e ginecologici.

Descrizione

Il villino presenta uno stile eclettico (eclettismo-liberty catanese) che integra elementi liberty.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni

La voce completa su Wikipedia

Giardino Bellini

Parco cittadino · Catania

Giardino Bellini

Il Giardino Bellini (o Villa Bellini) è uno dei due giardini più antichi e uno dei quattro parchi principali di Catania. Localmente è spesso indicato semplicemente come 'a Villa.

== Storia ==

Leggi tutto su Giardino Bellini (2.388 parole)
Le origini

Il nucleo più antico del giardino risale al XVIII secolo e apparteneva al principe Ignazio Paternò Castello di Biscari che lo aveva voluto, secondo le tipologie di allora, con siepi strutturate a formare labirinti, decorazioni statuarie nei vialetti e numerose fontane di varia foggia, a zampillo d'acqua o a cascatelle. Tale concezione architettonica gli aveva valso proprio il nome di Labirinto. Il giardino era affidato ad abili giardinieri, tra i quali il primo fu Pietro Paolo Arcidiacono e in seguito Giuseppe Squillaci. Dopo la morte del principe mecenate, avvenuta il 1º dicembre 1786, il giardino decadde progressivamente a causa dell'abbandono da parte degli eredi. Venne proposto in vendita a partire dal 1820, ma solo dopo un lungo periodo di trattative, il 29 settembre 1854, il Labirinto venne acquistato dal comune di Catania dalla proprietaria Anna Moncada Paternò Castello, discendente del principe.

Progetti di trasformazione e ampliamento

La trasformazione del giardino per adattarlo all'uso pubblico incontrò numerose difficoltà, non ultime quelle economiche, dato che per renderlo atto allo scopo previsto si dovevano risolvere i problemi connessi, quali l'acquisto di alcuni orti privati adiacenti. Nel 1858, il marchese Antonio Paternò del Toscano, capo dell'amministrazione cittadina, scriveva a corredo della sua relazione circa il "Progetto di un pubblico passeggio":

Il governo borbonico autorizzò il finanziamento dei lavori ma sorsero rivalità tra gli esperti incaricati che ne bloccarono l'esecuzione finché, nel mese di aprile 1863, fu dato incarico di dirigerne l'esecuzione all'architetto Ignazio Landolina (1822-1879). Venne iniziata quindi la trasformazione del giardino privato in giardino pubblico, i cui lavori si protrassero fino al 1875.

Nel 1866, ai piedi della collina sud, lato via Etnea, venne posto il busto di Vincenzo Bellini a cui è dedicato il giardino; nel piazzale ricavato sulla cima della collina nord (detta del Salvatore), nel 1869, fu costruito un elegante padiglione cinese, la cui la parte inferiore divenne poi una biblioteca.

Nel 1875 il comune di Catania acquistò dai Padri Domenicani i terreni adiacenti a sud-ovest dell'antico Labirinto e nel 1877 la parte a nord, che apparteneva al principe Paternò dei Manganelli, e l'orto di San Salvatore dai Padri Cappuccini. Il 4 ottobre dello stesso anno, sotto la nuova direzione dell'ingegnere Filadelfo Fichera, iniziarono i lavori di unificazione dei nuovi fondi acquisiti. In cima alla collina a sud, invece, troviamo uno spiazzale con il Chiostro dei Concerti, costruito nel 1879, e chiamato anche Chiostro della Musica in quanto usato prevalentemente per fini musicali.

In quanto ingegnere, Fichera si curò di rendere più funzionale ed agevole la fruizione dell'area attraverso la risoluzione dei delicati aspetti tecnici dovuti alla morfologia del terreno, mettendo in comunicazione il giardino-labirinto del Biscari con i terreni di San Salvatore. Ed essendo tra i maggiori esperti in materia di ingegneria sanitaria dell'epoca, riuscì ad ovviare alle dette difficoltà attraverso un elegante ed erudito impiego di scalinate, ponticelli e viali, conferendo al Giardino Bellini l'impostazione attuale. Sul lato prospiciente via Etnea furono demolite, la casa Chiarenza e le stalle della casa Majorana. Nel complesso venne realizzato un boschetto piuttosto fitto, attraversato lungo il perimetro da una passeggiata con sentieri pedonali collegati e un viale ad anello per le carrozze.

Il "Viale degli Uomini illustri" ad ovest, parallelo a via Salvatore Tomaselli, venne completato nel 1880 con i busti posti su colonne dei personaggi più famosi della storia italiana e catanese, ma già nel 1875 all'inizio del viale era stata posta la statua in bronzo di Giuseppe Mazzini, opera dello scultore Francesco Licata.

Inaugurazione nella seconda metà del XIX secolo

La "Villa" venne inaugurata il 6 gennaio 1883 e divenne presto abituale meta delle famiglie catanesi che vi portavano i bambini a giocare mentre passeggiavano conversando con gli amici.

Riordino e addobbi dagli anni trenta fino ai settanta del XX secolo

L'ingresso monumentale di via Etnea venne realizzato ed aperto nel 1932 nell'ambito del riordino della zona e della costruzione del cavalcavia sulla via Sant'Euplio in base al progetto degli architetti Autore, Samonà e Gesugrande.

L'anno dopo, alla sommità dello scalone, nel piazzale soprastante il tunnel di via Sant'Euplio al cui centro spicca la grande vasca con fontana e cigni vennero collocati i quattro gruppi di statue monumentali che rappresentano le Arti, opera dello scultore Mimì Maria Lazzaro e le Stagioni, opera dello scultore Tino Perrotta.

Alla fine degli anni cinquanta venne riordinata la zona del tunnel di via Sant'Euplio, e quelle adiacenti. In quegli anni venne curato ampiamente l'aspetto floreale ed esperti giardinieri creavano veri e propri disegni ed iscrizioni nelle aiuole delle collinette gemelle. Poco tempo dopo venne incrementato il numero di voliere e di volatili esotici, quindi acquisiti ed allevati anche volatili acquatici come anatre e cigni, il cui habitat era stato attrezzato nelle grandi vasche e fontane di cui il giardino era dotato. Verso il 1960 il giardino divenne anche un piccolo zoo con volatili stanziali in libertà ed animali, come varie specie di scimmie, ed infine anche elefanti.

La stagione estiva d'opera

Nel luglio 1935 vennero rappresentate Norma con Gina Cigna, Ebe Stignani e Tito Schipa, La sonnambula con Iva Pacetti e Schipa ed Il pirata con la Pacetti, nell'agosto 1942 Turandot diretta da Ottavio Ziino con un giovane Mario Del Monaco e Giovanni Inghilleri e Tosca con Maria Pedrini, Del Monaco ed Inghilleri, nell'agosto 1951 Aida con Mario Filippeschi, La traviata diretta da Pino Donati con Gianni Raimondi ed Afro Poli, La forza del destino con Ugo Savarese, Stabat Mater diretto da Donati con Antonietta Stella e Manon con Clara Petrella, la Stella e Giuseppe Di Stefano e nel settembre 1952 con Gigliola Frazzoni Rigoletto, Madama Butterfly ed Il barbiere di Siviglia.

Progressiva decadenza dalla metà degli anni settanta in poi

A partire dalla metà degli anni settanta iniziò un progressivo ridimensionamento dei fondi comunali stanziati per la manutenzione ordinaria e la decadenza non tardò a manifestarsi. Le piogge rovinarono ampiamente le aiuole in pendenza della parte sud del giardino e le piante mal curate inselvatichirono. Quelle stagionali scomparvero addirittura. Non miglior sorte toccò agli animali che lentamente si ridussero. L'elefante indiano donato alla città dal circo Orfei, ultimo sopravvissuto del piccolo ma ricco zoo del Bellini, morì alla metà degli anni ottanta.

Dagli ultimi anni novanta è stato usato per manifestazioni culturali e religiose, per concerti canori, perfino per fiere tradizionali. Ha perso tuttavia l'antica frequentazione di famiglie con i propri bambini.

Dopo anni di incertezza e abbandono, nel 2001 un incendio di origine non chiara distrusse totalmente il padiglione cinese posto alla sommità della collinetta nord, assieme al suo contenuto in libri e documenti. Per alcuni anni la fruibilità fu prima ridotta a causa di transenne e ponteggi che permettevano solamente il transito nel senso della lunghezza nel viale alberato adiacente a via Sant'Euplio, e poi del tutto negata.

Nel 2007 venne approntato un progetto di recupero funzionale molto contestato perché se fosse stato realizzato avrebbe stravolto l'aspetto globale architettonico e botanico del giardino.

Il 23 settembre 2010, anniversario della morte di Vincenzo Bellini, con una pomposa cerimonia inaugurale e un concerto della banda dei carabinieri tenuto nel chiosco della musica da lungo tempo inattivo, il giardino fu riaperto al pubblico. Tuttavia non venne restaurata quasi nessuna delle originali strutture e neanche curato il patrimonio naturalistico d'insieme lasciando il tutto in condizioni di generale trascuratezza. Il giardino Bellini è ormai classificabile quale parco alberato.

Il giardino
Struttura

Dopo le aggiunte fatte all'antica villa settecentesca di proprietà privata del nobile Ignazio Paternò Castello, il giardino venne aperto al pubblico nel gennaio del 1883 con la forma quadrangolare, rimasta pressoché inalterata nel corso del tempo. All'inizio in posizione periferica, con la crescita del perimetro urbano è finito con l'essere situato nel centro della città, con l'ingresso principale sulla Via Etnea e due ingressi ulteriori, uno ad est dove Via Santa Maddalena diventa Via Salvatore Tomaselli e uno a nord su Piazza Roma; il giardino si estende su di una superficie di circa 71.000 m².

L'ingresso da via Etnea avviene attraverso uno scalone, fiancheggiato da aiuole fiorite, che conduce ad un piazzale con al centro una grande vasca nella quale fino agli anni ottanta nuotavano dei cigni. Sulla collinetta che fa da sfondo alla vasca venne posto nella seconda metà del XX secolo un grande orologio, il cui quadrante è costituito da piantine sempreverdi. Sopra di esso trova posto la data "scritta" con piantine, che i giardinieri modificano giornalmente, che indica giorno, mese ed anno.

La struttura del giardino nel suo complesso è costituita al suo interno da due colline simmetriche e da un grande viale che circonda, ad anello allungato, la collina a nord. Concentrico ad esso vi è un altro viale pedonale collegato mediante vialetti contornati da siepi a labirinto alle varie piazzole ed aree nelle quali insistono grotticelle con giochi d'acqua e luoghi appartati con panchine.

Alla sommità della collina sita a sud è presente un Chiosco in ferro battuto, costruito nel 1879 in stile moresco, e chiamato "Chiostro dei Concerti" o "Chiostro della Musica", dato che vi si tenevano concerti di musica classica e quelli della banda musicale municipale fino al 1958. In seguito, per un altro decennio, i concerti venivano tenuti meno regolarmente, nel periodo estivo.

Alla sommità dell'altra collina, quella sita a nord e chiamata "Collina del Salvatore", vi era un caratteristico padiglione in legno pregiato di ciliegio, di forma circolare, costruito nel 1869 in stile Liberty, e chiamato impropriamente "Chiosco cinese", dato che era stato donato dell'imperatore della Cina, dentro al quale fu ubicata una biblioteca. Il padiglione, deperitosi nel tempo, fu ricostruito nello stesso stile verso la fine degli anni ottanta ma fu distrutto completamente da un incendio (probabilmente doloso) nel 2001 e non è stato più ricostruito.

Un ampio piazzale dal terreno sabbioso al centro della giardino divide le due collinette, dove per un periodo in una parte di esso vi è stato anche un parco giochi: un tempo questo era il luogo nel quale sostavano le carrozze dei visitatori. Sul lato ovest una scalinata a tenaglia raggiunge la quota ove si stende il Viale degli uomini illustri; alla sommità di essa è posto un orologio solare dodecaedrico che faceva parte dell'antico "Labirinto" del Principe di Biscari, opera del geologo e astronomo tedesco Wolfgang Sartorius.

Lungo i viali secondari sono poste statue, fontane, vasche, voliere e chioschi. Sul lato ovest, parallelo alla via Salvatore Tomaselli, si stende il "Viale degli Uomini illustri", che è fiancheggiato dai busti, posti su colonne, dei maggiori personaggi rappresentanti le glorie della città. Una caratteristica, oggi perduta, erano le numerose grotte in pietra lavica al cui interno erano ricavate delle fontane con giochi d'acqua, spesso con pesci rossi nella vasca.

Flora

La flora del giardino è molto varia, costituita in maggior parte da specie di provenienza subtropicale che si sono acclimatate molto bene.

In quantità minore sono le specie mediterranee: Pinus halepensis, Pinus pinea, Cupressus sempervirens, Ulmus canescens, Quercus ilex e Viburnum tinus.

Dominante è la copertura arborea e arbustiva della forma fanerofitica che (all'atto del censimento) comprendeva 107 specie, appartenenti a 85 generi e 54 famiglie.

Numerosa la presenza delle palme delle specie Chamaerops humilis, Phoenix dactylifera, Phoenix canariensis, Phoenix reclinata, Livistona chinensis, Livistona australis, Washingtonia filifera, Washingtonia robusta, Erythea armata, Trachycarpus fortunei, Howea forsteriana, Howea belmoreana).

Consistente è la presenza di Araucaria heterophylla, Araucaria bidwillii, Araucaria columnaris, Araucaria cunninghamii e di Ficus magnolioides, Ficus microcarpa, Ficus elastica; numerosi sono gli esemplari di Sophora japonica, Cupressus sempervirens, Pinus pinea e i filari, lungo i viali, di Platanus hybrida e Schinus molle che costituiscono il decoro arboreo degli stessi.

Molte delle siepi sono realizzate con Ligustrum vulgare, Pittosporum tobira, Viburnum tinus e Cestrum parquii; le bordure decorative, i disegni e le rappresentazioni con Portulacaria afra, Buxus sempervirens, Leonotis leonurus, Bougainvillaea glabra.

Presenti anche esemplari di Ailanthus altissima, Rhamnus alaternus, Pistacia lentiscus e Ulmus canescens.

Specie erbacee a fioritura vistosa Anthirrhinum majus, Matthiola incana, Salvia splendens, Viola wittrockiana, Tulipa riempiono le aiuole o decorano le strutture in maniera discontinua o casuale.

Residui della vegetazione iniziale del giardino sono due esemplari di Araucaria columnaris all'ingresso principale, numerosi esemplari di Washingtonia filifera, le Phoenix dactylifera alla base della collina nord, gli Schinus molle del Viale degli uomini illustri e i Platanus hybrida ai lati dei viali lato piazza Roma.

Fauna

Un primo piccolo giardino zoologico fu realizzato sin dai primi tempi con voliere e volatili in libertà.

Intorno agli anni sessanta e per circa un decennio, il piccolo zoo venne arricchito di molte varietà di uccelli, anatre, oche e cigni nelle varie vasche del giardino e pavoni in libertà; inoltre rettili e serpenti in apposite gabbie e varietà di scimmie ed altri piccoli animali, in un apposito recinto; trovarono posto anche alcuni elefantini e un elefante indiano donato da un circo di passaggio, come simbolo della città di Catania.

Le difficoltà economiche e una certa dose di insensibilità tuttavia depauperarono lentamente il prezioso patrimonio zoologico che piano piano si ridusse a zero e ridussero quello botanico.

Anni duemila: più parco che giardino

Lo splendore dell'antico giardino è offuscato dalla totale mancanza delle decorazioni floreali che ne costituivano l'attrazione e dall'assenza dei cigni di un tempo della grande vasca di ingresso, dalla mancanza dell'acqua nelle molte vasche e fontane decorative oltre ché delle anatre e dei pesci rossi che vi nuotavano; i cigni della grande vasca sono stati sostituiti da due sagome di gru mancanti di alcuna attinenza col passato, alcune siepi decorative e divisorie con steli di tondino di ferro ad imitazione di piante.

Una generale trascuratezza rende il vecchio giardino più simile ad un comune parco.

Decorazioni monumentali e commemorative
Viale degli "Uomini illustri"

Il viale degli "Uomini illustri", posto ad ovest del giardino, fu inaugurato nel 1880 con i busti dei personaggi più famosi della storia italiana e catanese posti su colonne; già nel 1875 all'inizio del viale era stata posta la statua in bronzo di Giuseppe Mazzini. I lavori si conclusero nel 1883, lo stesso anno in cui venne aperto al pubblico il giardino. Nel corso degli ultimi decenni, a causa dell'incuria e della scarsa vigilanza, alcuni busti sono stati oggetto di vandalismi ed asportazioni furtive.

Dopo la riapertura del 23 settembre 2010 sono presenti:

Localizzazioni sparse di busti e statue di personalità illustri

Lungo i viali e negli spiazzi sono presenti molti altri monumenti e busti di personalità di spicco della società catanese e della storia d'Italia.

Targhe

Il 9 febbraio 2024 è stata dedicata una targa commemorativa e un ulivo per il Giorno del ricordo dedicati alla figura di Giovanni Palatucci, ultimo questore della città di Fiume, medaglia d'oro al merito civile e Giusto tra le Nazioni.

Informazioni pratiche

Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
www.ilparcopiubello.it

La voce completa su Wikipedia

Orto botanico di Catania

Orto botanico · Catania

Orto botanico di Catania

L'orto botanico di Catania è un giardino botanico diretto dal Dipartimento di scienze biologiche, geologiche e ambientali dell'Università di Catania.

L'orto botanico è un'istituzione membro del Botanic Gardens Conservation International, con il codice d'identificazione internazionale CAT.

Leggi tutto su Orto botanico di Catania (667 parole)
Storia

La fondazione dell'orto botanico di Catania si deve al monaco bibliotecario benedettino Francesco Tornabene Roccaforte che, nominato titolare della cattedra di Botanica nel 1843, ottenne dalla Deputazione della Regia Università di Catania, un terreno da destinare a tale scopo, dalla precedente proprietà di Carmine Ferlito. All'opera di realizzazione collaborarono sia il futuro rettore Carlo Gemmellaro sia Lorenzo Maddem, al quale dal 1845 vennero affidate le problematiche tecniche.

L'orto botanico universitario, su progetto dell'architetto Mario Di Stefano, venne inaugurato nel 1858 ed oggi si estende su una superficie di circa 16.000 m² a 75 m s.l.m., su suoli in parte di origine vulcanica (lave di epoca romana) e in parte alluvionali.

Cronologia dei prefetti
Descrizione

L'area è suddivisa in Hortus Generalis (13.000 m²), caratterizzato dalla presenza di piante esotiche, ed Hortus Siculus (3000 m²), destinato alla coltivazione di specie spontanee siciliane.

L'Hortus Generalis, in stile formale o "all'italiana", è diviso da viali ortogonali in ventidue settori geometrici delimitati da larghi gradini in pietra calcarea da taglio; la regolarità delle forme è accentuata dalla presenza di tre vasche circolari, utilizzate per la coltivazione delle piante acquatiche.

L'edificio monumentale è stato realizzato in stile neoclassico dall'architetto Di Stefano con eleganti colonne ioniche e soffitti a cassettoni. Alle rigorose linee architettoniche fanno da contrappunto due maestose Dracaena draco, comunemente note come albero del drago. Nell'Hortus Generalis si possono inoltre ammirare la ricca collezione di palme e l'affascinante settore delle piante succulente.

Il Tepidarium (grande serra) custodisce oggi oltre 160 specie vegetali tra piante ornamentali e di interesse alimentare come quella del caffè e della papaia. La vasca centrale ospita le delicate ninfee. La grande serra, voluta dallo stesso Tornabene, fu realizzata in ferro e cristalli ad imitazione della Serra Carolina dell'Orto botanico di Palermo. All'indomani della seconda guerra mondiale venne demolita (1958) a causa dei forti danni subiti durante i bombardamenti. È stata recentemente ricostruita, con la medesima struttura architettonica dell'originaria e inaugurata nel 2008. In prossimità del Tepidario si trovano due piccole serre destinate alla coltivazione delle piante succulente.

L'Hortus Siculus, con la sua collezione di piante spontanee dell'isola, rappresenta un'oasi di tutela e conservazione di specie rare e a rischio di estinzione come la Zelkova sicula. In aree diversificate sono stati riprodotti alcuni ambienti tipici mediterranei (ambiente dunale, roccaglie, ambienti umidi, bosco, macchia) che ripropongono in piccola scala il paesaggio siciliano. Fu realizzato nel 1865, grazie al lascito del catanese Mario Coltraro, che espresse la volontà di adibire l'area donata per la coltivazione delle specie della flora spontanea isolana. Da allora non è stata possibile alcuna ulteriore espansione del giardino scientifico a causa del rapido sviluppo della città.

Collezioni

Le principali collezioni dell'orto sono le seguenti:

Piante succulente

La collezione, creata da Tornabene, comprende oltre 2.000 specie, principalmente Cactaceae, Euphorbiaceae e Aizoaceae. Di particolare interesse sono Astrophytum capricorne, Blossfeldia liliputana, Cereus spp., Echinocactus grusonii, Leuchtenbergia principis, Lophophora williamsii, Mammillaria herrerae, Mammillaria schiedeana, Mammillaria theresae, Melocatus jansenianus, Roseocactus fissuratus, e Toumeya papyracantha, ma anche Euphorbia abyssinica, Euphorbia candelabrum, Euphorbia trigona, Euphorbia caerulescens, Euphorbia resinifera, Apteranthes europaea, Crassula brevifolia, Crassula falcata e Stapelia spp.

Palme

Comprende circa 50 specie dei generi Arecastrum, Arykuryroba, Butia, Chamaedorea, Chamaerops, Erithea, Howea, Livistona, Phoenix, Sabal, Trithrinax, Trachycarpus, Washingtonia. Di particolare interesse Arecastrum romanzoffianum, Butia eriospatha, Brahea dulcis, Dypsis onilahensis, Jubaea chilensis, Medemia argun, Rhopalostylis sapida, Pritchardia hillebreii, Sabal acauli, Trithrinax campestris, Trithrinax brasiliensis, Wallichia densiflora e Washingtonia robusta.

Endemismi siculi

Numerose specie tra le quali Abies nebrodensis, Anthemis ismelia, Brassica spp., Celtis tournefortii subsp. aetnensis, Centaurea tauromenitana, Cremnophyton lanfrancoi, Darniella melitensis, Paleocyanus crassifolius, Salix gussonei, Scilla cupanii, Scilla dimartinoi, Scilla sicula, Senecio ambiguus e Zelkova sicula.

Alberi e arbusti

Bupleurum fruticosum, Ceratonia siliqua, Chamaerops humilis, Cistus creticus, Dracaena draco, Erica multiflora, Fontanesia phillyraeoides, Myrtus communis, Quercus ilex, Phillyrea angustifolia, Pinus pinea, Pistacia lentiscus, Populus alba, Ulmus canescens e Vitex agnus-castus.

Specie esotiche

Agathis australis, Agave americana, Ceratozamia mexicana, Rhaphiolepis bibas, Macrozamia moorei, Morus alba e Prunus armeniaca.

Informazioni pratiche

Orari
Mo-Fr 09:30-18:30; Sa 09:30-12:30
Biglietto
Ingresso libero
Telefono
+39 095 430901
Come arrivare
Apri le indicazioni
Sito ufficiale
ortobotanico.unict.it

La voce completa su Wikipedia

Da dove vengono queste informazioni

Questa guida è composta da basi di conoscenza aperte. Niente è scritto da noi e niente è inventato: dove una fonte tace, il campo semplicemente non c'è.

Ultimo aggiornamento il 30 agosto 2026